Just another GAS in the world

Liberamente tratto da un articolo comparso sul portale della Coldiretti del 20 Settembre 2019
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 Da due anni è entrato in vigore in via provvisoria l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada

il CETA,

nonostante a oggi sia stato ratificato solamente da 15 nazioni su 28

L'accordo CETA favorisce il falso made in Italy

I dati Istat relativi al primo semestre del 2019 evidenziano un crollo devastante delle esportazioni in Canada dei formaggi  Made in Italy, che si sono ridotte praticamente di un terzo, scendendo a soli 1,4 milioni di chili nel primo semestre del 2019, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I prodotti del settore caseario nazionale più colpiti dal CETA sono:

  • Parmigiano Reggiano e Grana Padano: -32%;
  • Provolone: – 33%;
  • Gorgonzola: -48%;
  • Fiore sardo e Pecorino romano: -46%
  • Asiago, Caciocavallo, Montasio e Ragusano: -44%

Un totale che vale, appunto, -32% sull’export di questi prodotti verso il Canada rispetto al primo semestre del 2018.

Al contrario aumentano di quasi 9 volte la quantità di grano importato dal Canada in Italia nel primo semestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, per un totale di 387 milioni di chili.

…e noi mangiamo:

      –il grano duro canadese che viene  trattato con l’erbicida glifosato    in preraccolta, secondo modalità vietate in Italia dove la  maturazione avviene grazie al sole.

      -la carne canadese prodotta alimentando gli animali con  derivati di sangue, peli e grassi  trattati ad alte  temperature, senza indicazione in etichetta. Un sistema che in Europa è vietato da oltre venti anni a seguito dello scandalo della mucca pazza.

Ugo Bardi

Ugo Bardi     Docente presso la Facoltà di Scienze MM. FF. NN. a Firenze

Qualche giorno fa Alia, la più grande società toscana che gestisce i rifiuti urbani, ha invitato i cittadini a mettere i rifiuti in bioplastica nel contenitore dei rifiuti non differenziati. Questo ha colto molta gente di sorpresa: come è possibile che un materiale “bio” non si possa riciclare? Il risultato è stato una bella polemica estiva in cui Alia è stata accusata di incompetenza, impreparazione e varie altre nefandezze. Ma, ahimè, quando si parla di rifiuti, le cose non sono mai come uno si aspetta. La bioplastica non è e non può essere il toccasana che poteva sembrare. E il problema non è solo toscano: è lo stesso in tutta Italia.

Cominciamo col dire che il riciclo dei rifiuti organici urbani richiede impianti complessi e costosi. Tutti gli anni porto i miei studenti a visitare gli impianti di compostaggio di Alia vicino a Firenze. E’ un’esperienza formativa: possono toccare con mano (letteralmente) e anche annusare di persona i rifiuti durante i vari stadi del processo. Si rendono anche conto di quanti maleducati ci sono in giro che buttano ogni sorta di robaccia nel contenitore dell’organico, dalle scarpe ai palloni da calcio. Tutte cose che vanno laboriosamente separate dal vero organico prima di avviarlo alle celle di compostaggio. Ma gli impianti funzionano e producono compost di buona qualità. E’ un bel passo avanti verso il concetto di “economia circolare”.

Ovviamente, gli impianti di compostaggio non possono riciclare la plastica ordinaria, quella prodotta con i combustibili fossili. Per quella esiste un’altra filiera separata, ma con grossi limiti pratici. Un problema è che non riusciamo a riciclare più del 25%della plastica in commercio. E siccome si parte da materiali non rinnovabili, non è veramente un ciclo: la plastica la possiamo riutilizzare solo una volta, forse due, ma non di più. Alla fine, deve andare per forza all’inceneritore, in discarica, oppure dispersa nell’ambiente, da dove poi ce la ritroveremo nel piatto in forma di microscopiche particelle. Per non parlare dei danni in termini di riscaldamento globale: la maggior parte di questa plastica finirà per diventare CO2 addizionale nell’atmosfera. Ed è una quantità enorme: circa 380 milioni di tonnellate di plastica prodotte nel mondo tutti gli anni.

L’unica soluzione che abbiamo trovato sembra che sia la magica parola “bioplastica”. Infatti, qualcuno ha annusato l’affare e la bioplastica sta invadendo il mercato, in particolare quello degli usa e getta. Ma, a parte che la bioplastica costa cara e produrla su larga scala andrebbe a intaccare la produzione alimentare, questa roba non è pensata per gli impianti di compostaggio esistenti, perlomeno non nei tempi di processo attuali.

A parte i sacchetti del supermercato, che sono abbastanza sottili da essere compostabili, il resto è un problema: una forchetta di bioplastica non è la stessa cosa di un gambo di carciofo o una foglia di insalata. Piatti, bicchieri, bottiglie e altri oggetti in bioplastica rimangono in gran parte interi o si frammentano in micropezzetti che rendono il compost inutilizzabile. E’ un notevole danno, sia economico sia per la salute di tutti.

Ovviamente, i produttori di bioplastica si sono affrettati a difendere il loro mercato facendo notare che in Italia già esiste qualche impianto in grado di compostare la bioplastica. Certo, è possibile, ma bisogna pensare a una nuova filiera specifica, tutta da costruire. Sarebbe un’ulteriore complicazione del sistema di gestione dei rifiuti, un maggiore impegno per i cittadini, e nuovi investimenti i cui costi vanno necessariamente a ricadere sulla comunità.

Siamo sicuri di voler fare una cosa del genere? Non sarebbe tanto più semplice andare alla fonte, ovvero ridurre la quantità di plastica e di bioplastica che entra nel mercato? Questo si può fare per via legislativa a costo zero o quasi, evitando perlomeno gli sprechi più evidenti. Ovviamente, non si può abolire completamente la plastica per tante ragioni ma, per una volta, potremmo pensare a semplificarci la vita invece che a renderla più complicata.

Nel frattempo, c’è poco da fare: la bioplastica che non è in forma di sacchetti sottili va messa nel bidone dell’indifferenziato da dove poi finirà in discarica o all’inceneritore. Quindi, meglio di tutto, non usatela o usatene il meno possibile.

 

Accordo commerciale CETA: le lobby canadesi dell’agribusiness attaccano l’Italia e impongono regole

Vogliono cancellare l’origine del grano in etichetta, facilitare l’OGM e proteggere il glifosato. La Campagna Stop TTIP/CETA replica: “Cosa aspetta il Parlamento a bocciare questo accordo tossico?”

11 giugno 2019

ROMA – L’Italia è nel mirino dell’associazione internazionale delle aziende agrochimiche (CropLife) per le misure di etichettatura di origine del grano, la diffidenza verso il glifosato e il divieto di OGM. E il trattato di liberalizzazione commerciale UE-Canada (CETA) è visto come il cavallo di Troia per far saltare norme fortemente volute dai consumatori a tutela della salute e delle produzioni locali.
L’attacco diretto alla legislazione italiana ed europea in materia di agricoltura e cibo è contenuto in un dossierscritto a quattro mani dalla Camera di Commercio canadese e da CropLife Canada, che mette in fila tutti quegli ostacoli al libero commercio che le multinazionali del settore vorrebbero rimuovere attraverso il trattato commerciale con l’Unione europea.

“Barriere da radere al suolo”. All’Italia viene dedicata un’intera pagina del report, per criticare le regole di tracciabilità in etichetta dell’origine delle farine, il bando degli OGM per uso alimentare e i limiti di residui di pesticidi nel grano duro. Tutte “barriere non tariffarie”, secondo gli estensori, e come tali da radere al suolo attraverso un lavoro certosino da svolgere nel controverso comitato per la cooperazione regolatoria istituito dal CETA. Nel documento, la Camera di Commercio canadese spiega infatti con chiarezza che “uno dei punti di forza del CETA è la struttura istituzionale creata dall’accordo, che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio”.

Etichettare il grano “è stato disastroso” per i canadesi. L’etichettatura di origine del grano, in quest’ottica, ha avuto un impatto definito “disastroso” per l’export canadese, crollato dai 557 milioni di dollari canadesi del 2014 ai 93 milioni del 2018. La misura – si legge nel documento – è stata introdotta “per chiare ragioni protezionistiche” dall’allora ministro Martina, criticato perché “non è stata assunta per gli interessi dei consumatori, ma piuttosto per proteggere il mercato interno”. Si sostiene che l’etichettatura sia stata promossa da “attivisti che amplificano informazioni errate su presunti residui di glifosato nelle esportazioni canadesi”. Per questo, Tuttavia, “è vitale dare un segnale preciso per risolvere questo problema e respingere il protezionismo”.

“Attacchi che dovrebbero far riflettere”. “Fa sorridere che l’ex Ministro Martina, gran tifoso del CETA e di tutti i trattati di libero scambio, venga tacciato di protezionismo – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna StopTTIP/CETA – Ma questi attacchi dovrebbero far riflettere chi oggi ricopre incarichi di governo e ha promesso in tutte le sedi che avrebbe contrastato simili accordi. Dall’altra parte dell’Atlantico si apprestano ad utilizzare il CETA come grimaldello per scardinare norme che aiutano i nostri agricoltori e proteggono i consumatori. È inaccettabile. Questo Parlamento deve mobilitarsi immediatamente per bocciare il trattato e riaprire una discussione seria in Europa su una globalizzazione selvaggia, promossa da un manipolo di poteri forti che calpesta la volontà dei cittadini e l’interesse generale”.

Alcuni passaggi inquietanti del dossier. Il dossier contiene altri passaggi inquietanti: le aziende riunite sotto l’ombrello di CropLife Canada criticano la stretta europea ai residui dei pesticidi, raggiunta dopo potenti campagne di denuncia svolte dalle organizzazioni della società civile. Anche questo timido passo avanti nella riduzione della chimica in agricoltura sarebbe da annoverare fra le “barriere al commercio ingiustificate che non offrono alcun livello superiore di sicurezza per i consumatori”. Da qui l’invito di usare a fondo le possibilità del CETA perché vengano risolti i “disallineamenti” sui residui minimi di pesticidi, poiché “la scienza ha bisogno di essere depoliticizzata, facilitando il rapporto diretto tra i regolatori per costruire una maggiore fiducia”. Un’intera pagina spiega poi come il comitato istituito dal CETA per dialogare sulle biotecnologie sarà fondamentale, perché i prodotti canadesi contaminati da OGM vecchi e nuovi “non siano buttati fuori dal mercato europeo”.

La presa sulle istituzioni scientifiche. “Con metà degli esperti dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare in conflitto di interessi e le valutazioni del rischio copiate e incollate dalle veline della Monsanto, questi signori puntano il dito contro la società civile chiedendo che la scienza venga depoliticizzata – chiosa Monica Di Sisto – In realtà cercano soltanto di conservare la presa sulle istituzioni scientifiche a cui è affidato il processo di autorizzazione delle loro sostanze tossiche e del loro cibo frankenstein. Bocciando il CETA possiamo dare una lezione a queste lobby spregiudicate: il Parlamento si attivi subito”.

Con buona pace della sovranità e della libera concorrenza. Per finire, la lobby dell’agroindustria chiede che nei comitati segreti del CETA vengano ammessi osservatori statunitensi, in modo da aiutare il dialogo verso un’armonizzazione maggiore del sistema di regole europeo con quello americano. Da leggere, a questo proposito, le 6 risposte a chi difende il TTIP. “Mentre ripartono i negoziati USA-UE per un nuovo TTIP, anche il CETA diventa un utile strumento per rivedere, lontano dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, i pilastri su cui di architetture normative che si richiamano al principio di precauzione. Con buona pace della sovranità degli Stati europei e della concorrenza leale.

Il tribunale delle multinazionali condanna l'Italia a pagare 10 milioni di euro in una causa #ISDS

L’Italia perde ancora in un arbitrato internazionale. La recente sentenza emessa da tre avvocati commerciali è l’amaro epilogo di una causa intentata dalla società olandese CEF Energia BV al nostro paese presso la Camera di commercio di Stoccolma.

I dettagli della vicenda li spieghiamo più avanti, ma il succo è che dobbiamo pagare di 10,6 milioni di euro di multa per aver ridotto gli incentivi alle rinnovabili cinque anni fa: non importa se abbiamo dovuto fare questi tagli per rispettare vincoli di bilancio imposti dall’austerity della Commissione Europea. Non fa testo alcuna discussione sull’opportunità o meno di continuare a sussidiare il fotovoltaico. Agli arbitri non interessa: i contribuenti italiani dovranno sborsare quei 10,6 milioni di sudati euro all’impresa che si è appellata alla clausola ISDS contenuta nel Trattato sulla Carta dell’Energia. L’ISDS (Investor-State Dispute Settlement) è il meccanismo di composizione delle controversie fra investitori e stati presente in molti accordi sul commercio e gli investimenti, tra cui i ben noti TTIP e CETA. Permette alle imprese di un paese contraente di chiedere danni virtualmente illimitati a un altro stato firmatario se questo – con le sue politiche – ha violato le loro “legittime aspettative” di profitto.

Le cause vengono affidate a opachi tribunali commerciali, retti da pochi professionisti su cui grava l’ombra del conflitto di interessi, che operano fuori dal controllo pubblico (leggi il rapporto di Stop TTIP Italia sull’ISDS). I tribunali di arbitrato si distinguono per un evidente sbilanciamento in favore dei privati: solo le imprese infatti possono avviare una causa, aggirando le corti nazionali del paese ospitante, mentre gli stati possono soltanto comparire in veste di imputato. Gli “arbitri” vengono remunerati in base alle cause che dirimono, perciò sono invogliati a emettere sentenze che invoglino le imprese a consultarli ancora.

Firma la petizione Stop ISDS

In quest’ultimo caso che ha coinvolto l’Italia, la condanna è arrivata per il taglio retroattivo agli incentivi sul fotovoltaico che l’allora governo Renzi effettuò con il decreto Spalma Incentivi. CEF Energia BV aveva investito in tre distinti progetti fotovoltaici (“Megasol”, “Enersol” e “Phoenix”) nel nostro paese, che hanno beneficiato delle agevolazioni. Il decreto Spalma Incentivi avrebbe ridotto il sussidio del 6-8%. Mentre decine di imprese italiane colpite dalla stessa misura hanno potuto fare ricorso soltanto alle corti nazionali, la società olandese ha potuto beneficiare dell’arbitrato, riservato agli investitori esteri. Nel 2015 ha sporto denuncia e nel gennaio 2019 è arrivata la condanna. A darne notizia, soltanto qualche giorno fa, è stata una rivista specializzata.

L’Italia ha provato a difendersi: una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea, infatti, ha stabilito che l’arbitrato fra Stati membri è incompatibile con il diritto dell’Unione. Ma gli arbitri della causa CEF Energia BV vs Italia hanno fatto orecchie da mercante perché l’oggetto del contendere, in questo caso, non era il diritto dell’Unione ma una legge nazionale. Una interpretazione al limite e non condivisa da tutti e tre gli arbitri. Un’interpretazione che però rischia di fare letteratura, proprio quando si avvicina l’epilogo di un altro pericoloso caso ISDS intentato contro il nostro paese ai sensi del Trattato sulla Carta dell’Energia: quello che vede la società petrolifera britannica Rockhopper chiedere fino a 350 milioni di euro all’Italiaper averle vietato di trivellare entro le 12 miglia marine.

Dopo la Spagna, il nostro è il paese più colpito da una scarica di arbitrati internazionali nell’ambito del Trattato sulla Carta dell’Energia e sul finire del 2018 ha perso la sua prima causa: 7,4 milioni di euro da sborsare alla danese Greentech Energy Systems (ex Athena Investments) per aver cambiato la normativa sugli incentivi alle rinnovabili nel 2014. La Carta dell’Energia è in vigore dal 1998 ed oggi conta 48 paesi firmatari in tutto il mondo, più l’Unione europea e la Comunità europea dell’energia atomica. Secondo i dati ufficiali, per 11 volte l’Italia è stata bersaglio di investitori scontenti delle politiche pubbliche, nel tentativo di recuperare denaro grazie alla clausola ISDS contenuta nel trattato.

Che si tratti di un sistema lucroso e sbilanciato lo dimostrano i numeri, sempre in crescita. Secondo l’ultimo dossier della Conferenza ONU sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), nel 2018 sono stati aperti almeno 71 procedimenti, raggiungendo complessivamente quota 942. Si tratta di un record, che potrebbe portare entro la fine dell’anno a sfondare la soglia del migliaio. Sono 117 i paesi finiti alla sbarra almeno una volta nei tribunali arbitrali. Sempre nel 2018, l’UNCTAD ha censito 50 cause arrivate a sentenza: circa il 70% delle decisioni (fra quelle di giurisdizione e quelle di merito) hanno visto trionfare i privati.

La Campagna Stop TTIP ha sempre criticato radicalmente l’ISDS, un meccanismo lesivo della sovranità democratica. Il rischio di compensazioni monetarie troppo alte spaventa infatti molti governi, al punto che la minaccia di un arbitrato può spingerli a rinunciare a legislazioni avanzate e basate sul principio di precauzione. Il decreto Spalma Incentivi non aveva simili caratteristiche, anzi: si trattava di una misura contestabile. Tuttavia tutti gli investitori italiani avevano come una via per ottenere giustizia le corti nazionali, mentre quelli esteri hanno beneficiato di un sistema viziato e non trasparente come l’arbitrato internazionale, utilizzato anche da gruppi spregiudicati per contrastare politiche ambientali e sociali progressive.

Qual è la risposta politica a queste ingerenze? Abbandonare i trattati di libero scambio il prima possibile, come ha fatto l’Italia nel 2016 con la Carta dell’Energia. Tuttavia, gli investimenti esteri restano coperti da ISDS per vent’anni dopo l’uscita. Un segnale più forte consisterebbe nel bocciare gli accordi commerciali come il CETA (UE-Canada), ancora in attesa della ratifica parlamentare. Una ratifica che farebbe entrare in vigore proprio la temibile clausola ISDS. Finora il governo ha avuto paura di decidere, mentre la maggioranza in Parlamento non ha avuto la forza di portare in votazione il CETA per mandarlo in frantumi.

Sorlini bio il sole 24 oreProponiamo integralmente l’intervista fatta dalla giornalista Micaela Cappellini de Il Sole 24 Ore a Claudia Sorlini  già preside della facoltà di Agraria, Università di Milano,sul problema del biologico, in risposta all’intervento di Elena Cattaneo, pubblicato sempre su il Sole 24 Ore. Nella nota la senatrice aveva definito l’agricoltura biologica una «favola bella e impossibile» e aveva aspramente criticato il Disegno di legge 988 – approvato a dicembre alla Camera e ora in discussione al Senato – che dovrà stabilire le nuove regole quadro del biologico in Italia. Il testo della legge, così come è uscito dalla Camera, ha suscitato anche le critiche di molti membri della comunità scientifica italiana: oltre 500 tra agronomi, ricercatori e docenti universitari a gennaio avevano scritto una lettera a tutti i senatori, chiedendo il ritiro della normativa.

Ad Elena Cattaneo e agli autori della lettera risponde ora Claudia Sorlini,  docente di Microbiologia agraria dell’Università degli Studi di Milano e tra gli autori di una seconda petizione, a firma “Gruppo di docenti per la libertà della scienza”, che invece sostiene l’agricoltura biologica ed è favorevole al Disegno di legge 988.

Claudia Sorlini
Claudia Sorlini,  professore emerito di Microbiologia agraria dell’Università degli Studi di Milano

Professoressa Sorlini, chi riunisce esattamente il “Gruppo di docenti per la Libertà della Scienza”?Il gruppo è composto, oltre che da me, da altri 5 colleghi delle università italiane che hanno maturato una lunga esperienza nel campo della ricerca e della didattica, alcuni con responsabilità attuale o pregressa di gestione di facoltà e centri di ricerca, altri anche con incarichi in organismi nazionali e internazionali. Nessuno di noi fa parte dei movimenti No Vax e No Tav, né è membro di associazioni dell’agricoltura biologica o di quella biodinamica. Non abbiamo nessuna intenzione di mettere i diversi modelli di agricoltura uno contro l’altro, perché tutti cercano di migliorare le produzioni e di renderle più sostenibili sul piano ambientale. Ma è anche innegabile che il modello di agricoltura biologica, così come codificato e normato dalla legislazione europea e italiana, è quello che presta più attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale e alla qualità dei prodotti alimentari.

È vero, come sostiene la senatrice Cattaneo, che il biologico ha meno resa del convenzionale, quindi non è sostenibile?
È una critica corretta, quella della minor produttività del biologico, che nessuno di noi ha mai negato. Il biologico produce mediamente di meno del convenzionale: dall’8 al 25% secondo un lavoro pubblicato da Nature. È però profondamente scorretto sostenere anche che la minor resa renda insostenibile l’agricoltura biologica. Oggi tutto il mondo sta discutendo e in parte mobilitandosi per uno sviluppo sostenibile sul piano economico, ambientale e sociale, comprese le grandi istituzioni: le Nazione Unite con l’agenda 2030 “Obiettivi per lo sviluppo sostenibile”, la futura Politica Agricola Comune, e anche l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. La sostenibilità in agricoltura non va misurata solo sulle rese, ma anche sulla capacità di aumentare la sostanza organica e la fertilità biologica dei suoli, di conservare la biodiversità, di ridurre l’uso dei prodotti agrochimici. In questo modo si contrasta anche l’erosione dei suoli che all’Europa costa 1,25 miliardi di euro di cui 619 dell’Italia, il paese più colpito. Stiamo producendo più cibo di quanto sia necessario per sostentare tutta l’umanità, ma ancora 825 milioni di persone soffrono la fame, mentre si perde, anche per spreco, il 30% del cibo prodotto, come denunciato dalla Fao. Il problema di fondo sta nelle modalità di ridistribuzione delle risorse alimentari.

È d’accordo con chi sostiene che il biologico non ha qualità superiori, ma è solo più caro?
I dati sono contrastanti. La superiorità nutrizionale del biologico potrebbe essere limitata ad alcune componenti, come pubblicato dalla rivista Environmental Healthnel 2017: un contenuto lievemente superiore di composti fenolici nella frutta e nelle verdure, minor quantità di cadmio nei cereali, una più alta concentrazione di acidi grassi omega-3 nei latticini. Comunque il solo fatto di non contenere o contenere in concentrazione molto bassa residui di fitosanitari ne decreta automaticamente una qualità aggiuntiva.

pesticidi
La sostenibilità in agricoltura non deve essere misurata solo in rese, minori nel biologico, ma anche nella conservazione della fertilità dei suoli

L’agricoltura biodinamica ha basi scientifiche?
Per molti studiosi del settore, ovviamente non tutti, l’agricoltura biodinamica desta attenzione per l’approccio sistemico, che include bilanci ecologici più equilibrati, basati sulla copresenza in azienda di allevamenti e colture, un’ottimale gestione della sostanza organica e minimo o nessun utilizzo del rame. Altri studiosi concentrano la loro attenzione sull’utilizzo di preparati, dei quali, allo stato attuale dell’arte, non è stata dimostrata l’efficacia, ma nemmeno la dannosità, nemmeno economica.

Il biologico fa uso fa uso di fitofarmaci?
Il numero di principi attivi e di prodotti disponibili in commercio è elevatissimo. Di questi solo una quota fra quelli ritenuti meno impattanti e normati nei disciplinari possono essere utilizzati dall’agricoltura biologica, per la quale sono assolutamente vietati diserbanti e fumiganti del terreno e non sono ammessi fitosanitari sistemici (cioè che possono venire assorbiti da radici e foglie e distribuiti negli organi della pianta), ma solo prodotti di contatto. Dei numerosi prodotti fitosanitari più frequentemente riscontrati sia nelle acque superficiali che in quelle profonde, non c’è traccia alcuna dei prodotti consentiti all’uso per l’agricoltura biologica.

Condivide il Ddl 998 in tema di agricoltura biologica?
È una buona legge che recepisce le indicazioni che provengono dalle grandi istituzioni, che si pone nell’ottica di guardare al futuro e che intercetta istanze e bisogni di una parte crescente della popolazione. Riteniamo molto positivo l’impegno di incrementare le ricerche e mettere a disposizione di questa agricoltura tecniche e strumenti di gestione più avanzati, anche per migliorare la produttività e ridurre i costi

Micaela Cappellini – giornalista de Il Sole 24 Ore – 16 aprile 2019

Una bella notizia, riportata sul sito di greenme.it

>>Qui l’articolo originale <<<

semi antica varieta zucca

Un gruppo di ricercatori ha rinvenuto, nel corso di uno scavo archeologico, dei semi di ben 800 anni fa. I semi erano contenuti in un recipiente di argilla. Lo stesso contenitore rappresenta una scoperta archeologica straordinaria, ma i semi lo sono ancora di più.

La scoperta è avvenuta nel 2008 all’interno della Menominee Reservation in Wisconsin. La notizia più sorprendente è che nel frattempo un gruppo di studenti della Canadian Mennonite University di Winnipeg è riuscito a coltivare questi semi antichi con successo e ha riportato in vita una varietà di zucca che era ormai scomparsa. La notizia ora è ufficiale.

zucca antica cover

I semi sono stati donati all’Università di Winnipeg, in Canada, dall’American Indian Center, nella speranza che gli studenti e i ricercatori riuscissero a riportare in vita l’antica varietà di zucca. Il gruppo di studenti ha lavorato sotto la guida di Brian Etkin, coordinatore di The Garden of Learning. La varietà è stata soprannominata Gete-okosomin, che significa zucca molto antica.

L’esperimento di coltivazione è riuscito e gli studenti vogliono fare di più. Hanno infatti intenzione di conservare i semi della nuova zucca per ripinatarli e per riprendere la coltivazione di un ortaggio sconosciuto ai giorni nostri. Se la specie sopravvivrà senza problemi, avremo a disposizione una nuova risorsa alimentare.

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zucca antica 1

La zucca ha forma allungata, è di colore arancione acceso e presenta qua e là delle chiazze più chiare. Gli studenti canadesi stanno progettando tutto il necessario per fare in modo che la varietà di zucca appena riscoperta non vada nuovamente estinta. Continuiamo a lodare l’impegno di chi si sta impegnando a salvare i semi antichi.

Oltre a quanto osservato da “Il fatto Alimentare” Aequos” e gas Radici potrebbero aggiungere che il maggior costo del BIO rispetto al convenzionale è principalmente dovuto alla “Grande Distribuzione” e,in second’ordine, alla disattenzione di molti consumatori “consapevoli” ma poco organizzati.
Per quanto ci riguarda acquistiamo BIO certificato (con soddisfazione dei nostri produttori) a prezzi simili o inferiori a quelli dei prodotti impestati dalla chimica.

Fausto

Redazione Il Fatto Alimentare 13 Marzo 2019

agricoltura biologica bio verduraIn questi giorni è in discussione al Senato, dopo essere stata approvata alla Camera, la prima legge quadro italiana sull’agricoltura biologica per la quale si registra un accordo da parte di quasi tutte le forze politiche. La norma considera la produzione biologica un’attività di interesse nazionale con funzione sociale e ambientale, in quanto settore economico basato prioritariamente sulla qualità dei prodotti, sulla sicurezza alimentare, sul benessere degli animali, sullo sviluppo rurale, sulla tutela dell’ambiente e dell’ecosistema e sulla salvaguardia della biodiversità, che concorre alla tutela della salute e al raggiungimento degli obiettivi di riduzione dell’intensità delle emissioni di gas a effetto serra.

Una voce contraria è quella di Elena Cattaneo, senatrice a vita, che nei giorni scorsi ha risposto a un’intervista su Il sole 24 ore, in cui definisce il biologico una favola “bella ma impossibile” e rilancia la lettera che il 9 gennaio scorso è stata indirizzata a tutti i senatori della Repubblica e che della legge chiede il ritiro, firmata da oltre 400 tra Agronomi, ricercatori e docenti universitari. Elena Cattaneo è una farmacologa e biologa, che ha condotto numerose campagne contro il biologico che considera un inganno per i consumatori affascinati dalla “favola” del “naturale=buono” e costretti a pagare “prezzi fino al 100% superiori”.

Il testo sulla produzione agricola con metodo biologico (leggi qui) presentato nel marzo 2017 scorso dalla deputata Pd, Maria Chiara Gadda, è stato approvato a dicembre 2018 dalla Camera e ora è al vaglio del Senato. Tra i punti più significativi, c’è l’introduzione di un piano nazionale delle sementi biologiche.

A sostegno dalla ricerca e della promozione per l’agricoltura biologica, si sono schierati diversi scienziati che hanno pubblicato un contributo sul tema e che in questi giorni di discussione in parlamento, stanno cercando adesioni per sostenere il dibattito scientifico (ad oggi sono 470 firmatari – le adesioni si comunicano a paolo.barberi@santannapisa.it).
“In merito al disegno di legge attualmente in discussione – si legge nel comunicato – e alle critiche espresse in diverse occasione dai detrattori dell’agricoltura biologica (senatrice Cattaneo in testa), non condividendo molte di queste dichiarazioni, abbiamo deciso, come “Gruppo di docenti per la Libertà della Scienza”, di riprendere e affrontare alcuni temi controversi per un approfondimento scientifico. Con questo nostro contributo intendiamo ribadire la validità dell’agricoltura biologica, senza togliere nulla ad altri modelli di agricoltura che si sforzino nella ricerca di sistemi di gestione e pratiche più sostenibili. Intendiamo ribadire anche l’importanza di discutere di questi temi – di cruciale importanza per il futuro non solo dei sistemi agro-alimentari ma dell’intera umanità – con serietà, evitando posizioni ideologiche di parte e approcci pseudo-scientifici.”

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Per approfondire la proposta di legge e le caratteristiche dell’agricoltura biologica abbiamo chiesto a Roberto Pinton, segretario di AssoBio, di rispondere alla nota di Elena Cattaneo.

Come sarebbe bello se l’uomo (o la donna) di scienza che, pur di non scontentare l’intervistatore, fosse giunto alla determinazione di rispondere su argomenti estranei alle sue competenze, chiedesse un po’ di tempo e lo dedicasse a un rapido excursus di quanto la scienza esprime sul tema o di cosa sta accadendo intorno a sé…
A basarsi su propri appunti polverosi (o su quelli premurosamente forniti da occasionali conoscenti) non sempre si fa un affare: c’è il rischio di inciampare in svarioni e papere, come accade a Elena Cattaneo nei suoi interventi a ripetizione sulla produzione biologica.

Il testo di legge in materia di agricoltura biologica ora all’esame del Senato è stato approvato dalla Camera a larga maggioranza dopo aver acquisito il parere favorevole di tutte le otto commissioni parlamentari competenti, e ha ricevuto il plauso di numerose organizzazioni (tra loro anche l’ANCI, l’associazione dei Comuni italiani). Elena Cattaneo ritiene che sia la maggioranza dei deputati che chi ha espresso apprezzamento sia stato preso da un abbaglio, “sposando irragionevolmente una narrazione bucolica ed elitaria” diffusa dalla potente lobby del biologico.

Che tra chi ha benedetto il testo approvato si annoverino Coldiretti e Agrinsieme (il coordinamento che rappresenta le aziende e le cooperative di Cia, Confagricoltura, Copagri, Alleanza delle cooperative agroalimentari), il che sta dire la totalità del settore agricolo nazionale, che chiede al Senato di accelerare l’iter di approvazione, a nulla sembra contare per Elena Cattaneo, convinta com’è di essere il legittimo rappresentante di un intero settore produttivo che, da parte sua, ignora di averle conferito tale mandato.

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Ci sono pesticidi nel 67,0% dei punti di campionamento delle acque superficiali e nel 33,5% di quelle sotterranee

Se avesse consultato il Rapporto nazionale Pesticidi nelle acque che l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) redige sulla base delle informazioni fornite da 21 Agenzie Regionali (ARPA) e Provinciali (APPA) per la protezione dell’ambiente, saprebbe che ci sono pesticidi nel 67,0% dei punti di campionamento delle acque superficiali e nel 33,5% di quelle sotterranee (con anche 55 sostanze diverse in un singolo campione): “In alcune Regioni la presenza dei pesticidi è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a interessare oltre il 90% punti delle acque superficiali in Friuli Venezia Giulia, provincia di Bolzano, Piemonte e Veneto, e più dell’80% dei punti in Emilia Romagna e Toscana. Supera il 70% in Lombardia e provincia di Trento”.
Saprebbe che il 23.9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e l’8,3% delle acque sotterranee presentano concentrazioni superiori ai limiti ambientali.
Saprebbe anche che le sostanze più rinvenute sono i diserbanti, ma anche che “rispetto al passato è aumentata significativamente la presenza di fungicidi e insetticidi, soprattutto nelle acque sotterranee“, una frase che preoccupa per essere un “taglia e incolla” presente in ogni edizione del rapporto.
Alle acque superficiali e profonde nessuno deve aver spiegato la pur affascinante tesi che l’attuale agricoltura convenzionale costituisca il metodo che inquina meno.

Se avesse gettato un’occhiata anche distratta a quanto prodotto dalla FAO (non un’organizzazione di luddisti, proprio l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) in occasione del 2015 anno internazionale del suolo, saprebbe che circa metà dei suoli europei ha un basso contenuto di sostanza organica, principalmente nella nostra Europa del sud, e che circa 80% dei suoli italiani ha un contenuto di carbonio organico inferiore al 2%, con una grande percentuale con valori inferiori a 1%.
Saprebbe che il declino della materia organica si traduce in un suolo degradato e che senza sostanza organica non esiste suolo, ma solo sedimento non consolidato.

Se avesse buttato un occhio sui dati ISTAT saprebbe che nel 2016 in Italia sono state vendute 125mila tonnellate di prodotti fitosanitari, per una spesa da parte degli agricoltori pari a 950 milioni (oltre a 1,57 miliardi in fertilizzanti, stante la perdita di fertilità organica dei suoli).
Nel 2006 la spesa per fertilizzanti era stata di 694 milioni e quella per pesticidi di circa 1 miliardo: in dieci anni la spesa per i primi è aumentata di oltre il 50%, quella per i secondi del 45%.
Il nostro Paese è fra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo: dall’ultimo report dell’Agenzia europea per l’ambiente risulta che il consumo di principi attivi nella UE è mediamente di 3,8 chili per ettaro, ma in Italia sale a 5,7; se tra il biennio 2011-13 e quello 2014-15 la vendita di pesticidi nei Paesi europei è scesa di oltre il 50%, da noi è aumentata del 7,9%.

agricoltura biologica
Contiene residui di pesticidi il 63.9% dei campioni di frutta prelevati sul mercato italiano

Se, pur da senatrice, avesse consultato l’elaborazione dell’Ufficio studi della Camera dei deputati, avrebbe cognizione che il settore biologico, che copre il 15.4% della superficie agricola italiana, ha ricevuto solo il 2,9% delle risorse destinate all’agricoltura, tra fondi europei e nazionali e potrebbe chiedersi se non si tratti di uno squilibrio da correggere.

Avesse letto i giornali di recente, saprebbe che, come risulta dal rapporto presentato a febbraio da Legambiente sui dati forniti da Arpa, Asl e Istituti Zooprofilattici Sperimentali, contiene residui di pesticidi il 63.9% dei campioni di frutta prelevati sul mercato italiano, il che li rende non idonei all’alimentazione dell’infanzia, mentre l’1,7% presenta dosaggi che li rende non idonei all’uso alimentare in genere, anche per un adulto in salute. Saprebbe che il 40.2% dei campioni presentava residui di più pesticidi diversi (il record va a un campione di peperoni con residui di 25 sostanze chimiche di sintesi).

Saprebbe anche che per il rapporto 2019 del think tank Institut du développement durable et des relations internationales (IDDRI) un’Europa agro-ecologica può soddisfare la domanda di cibo attraverso una dieta sana, rispondendo al contempo ai cambiamenti climatici, eliminando i pesticidi e salvaguardando la biodiversità, concentrandosi sulla trasformazione delle risorse naturali anziché sugli input esterni.

Non ignorerebbe nemmeno che il primo marzo l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha dato il via al decennio per il Ripristino dell’Ecosistema: gran parte della superficie agricola del pianeta mostra un calo della produttività con perdite di fertilità legate a erosione, impoverimento delle risorse e inquinamento, un degrado che mina le condizioni di vita di miliardi di persone e costa circa il 10% del PIL globale in termini di perdita di servizi ecosistemici.

frutta verdura cinque porzioni biologico
Il nostro Paese è fra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo

Saprebbe che il rapporto Planetary Health Diet, curato dalla commissione Eat-Lancet, sollecita sforzi nazionali e internazionali per diffondere diete sane e ri-orientare le priorità dell’agricoltura: devono passare dalla produzione di gradi quantità di cibo alla produzione di cibo sano.

Sulle rese (“fino al 50% in meno”?), se avesse sfogliato i Proceedings della Royal Society si sarebbe potuta imbattere nella metanalisi “Diversification practices reduce organic to conventional yield gap” su un dataset di 115 studi con più di 1.000 osservazioni, le cui conclusioni sono che le rese produttive biologiche sono inferiori a quelle convenzionali del 19,2% (± 3,7%), ma che, grazie a consociazioni e rotazioni colturali, il divario di resa si riduce sensibilmente (9 ± 4% e 8 ± 3%).
Lo studio raccomanda adeguati investimenti nella ricerca agro-ecologica per migliorare ulteriormente i sistemi di gestione biologici per ridurre ancora, se non eliminare, il divario di resa per le diverse colture o regioni, gli stessi investimenti in ricerca che Elena Cattaneo si è fatta un punto d’onore di ostacolare, preferendo lo statu quo che vede le risorse destinate sostanzialmente solo all’agricoltura convenzionale, alcuni effetti negativi della quale vediamo sulla contaminazione di acque e derrate.

L’insigne farmacologa sostiene che chiunque scelga un approccio agro-ecologico è guidato non dalla ricerca scientifica, ma dall’ideologia, ma dal canto suo ignora bellamente o snobba la letteratura scientifica prodotta in materia di agricoltura biologica e si addossa l’onere di impedirne l’ulteriore sviluppo e avanzamento, un atteggiamento davvero curioso.

 I risultati di uno studio dell’Università della California

Organic vegetables healthy nutrition concept on wooden backgroundUna dieta tutta biologica fa crollare il livello di insetticidi, erbicidi e fitofarmaci nell’organismo. Il risultato dello studio pubblicato su Environmental Research dai ricercatori dell’Università della California di Berkeley può sembrare banale, ma non lo è, perché contiene diversi elementi di novità, gli effetti sono molto netti e significativi e poiché l’esito conferma altri studi analoghi, pubblicati negli anni scorsi da gruppi di ricerca australianicaliforniani e di Seattle, rafforzandone così indirettamente le conclusioni.

Nello studio sono state selezionate quattro famiglie di quattro persone ciascuna di diversa ascendenza etnica e residenti in aree molto lontane (Oakland, Minneapolis, Baltimora e Atlanta) ed è stato chiesto loro di passare da una dieta normale a una totalmente biologica. Nel frattempo sono state raccolte le urine, sia mentre tutti ancora si alimentavano secondo le abitudini, sia quando avevano iniziato ad assumere solo cibo biologico, per un totale di 158 campioni. Su di essi sono state eseguite analisi alla ricerca di 14 diversi composti, rappresentativi in diverso modo (per esempio attraverso i metaboliti) di 40 pesticidi, e il risultato è stato evidente: dopo soli sei giorni la concentrazione media delle sostanze in esame era crollata in media del 60,5% in adulti e bambini, arrivando in certi casi fino quasi ad azzerarsi.

Nello specifico, gli organofosfati si erano ridotti del 70%, il clorpyrifos (già associato all’autismo e a deficit nello sviluppo cognitivo dei bambini) del 61% e il malathion, considerato probabile cancerogeno, del 95%, mentre l’unico erbicida analizzato, il 2,4 D (componente anche del defoliante Agente arancio), associato a disturbi endocrini e dello sviluppo sessuale, a danni epatici e al linfoma di Hodgkin, era sceso del 37%. Oltre a ciò i piretroidi si erano dimezzati, mentre l’unico neonicotenoide trovato (sui due cercati) era diminuito dell’84%. Il glifosato non è stato valutato perché i metodi di analisi quantitativa nelle urine non sarebbero ancora del tutto attendibili.

Nei commenti, raccolti anche dal sito Civil Eats, emergono diversi aspetti da tenere in considerazione. Innanzitutto, la buona notizia è che tutte queste sostanze vengono eliminate rapidamente dall’organismo. Anche se Kendra Klein, ricercatrice dell’associazione Friends of the Earth, ha sottolineato che a preoccupare è comunque l’esposizione cronica, per tutta la vita, a sostanze associate a malattie molto gravi quali i tumori e i disturbi dello sviluppo nervoso e sessuale.

insalata verde romana tagliere
Secondo uno studio, mangiare solo cibo biologico fa diminuire drasticamente i pesticidi nell’organismo

Altri, come William Reeves della Bayer, hanno ricordato che tutte le indagini condotte dalle agenzie regolatorie, tanto negli Stati Uniti e in Canada quanto in Europa, hanno sempre trovato concentrazioni dei fitofarmaci al di sotto dei livelli di pericolo, e altri ancora hanno affermato che l’entità del campione è troppo esigua per trarre conclusioni definitive, invocando al tempo stesso grandi studi specifici. Per quanto riguarda le altre aziende, Dow Dupont non ha voluto commentare, mentre Syngenta si è riservata di rispondere dopo un’attenta analisi dello studio californiano.

…ma se anche  i rapporti tra le persone diventassero BIO=UMANI ?!?!

LETTERA  DI UN’IMMIGRATA AFRICANA

«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce, poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…
Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.
Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.

È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.
La vedo già storcere il muso. È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?
Sono fatti suoi, invece.
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.
Lo avete fatto con protervia e ferocia. La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori. Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.
L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…
Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’era posto per dormire, dell’ acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.
Ancora una volta, la pacchia l’ avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.
Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro»

(Fonte: Raiawadunia.com, pubblicato su Famiglia Cristiana)

Ridurre gli imballaggi…

…sembra facile!! Ma per un piccolo produttore è un’impresa!

Luca di Officina Naturae ,che produce per noi i detervivi,ci racconta cosa hanno fatto e cosa stanno facendo:

Ogni volta che si affronta il discorso imballaggi è per noi una spina nel cuore! E’ una spina perchè siamo,senza ombra di smentita, l’azienda che ha più investito nella reale ricerca della riduzione degli imballaggi, ma non è facile trovare un giusto equilibrio tra sostenibilità ambientale ed economica!

Piccola cronistoria sulle buste ricarica, che utilizzavamo già nel 2009, quando erano praticamente sconosciute ai più. Avevamo modificato la nostra macchina confezionatrice per poter riempire le buste, visto che la linea di riempimento apposita sarebbe costata circa 30.000 euro! Con questa modifica però il riempimento risultava lento, con un aumento del costo finale di manodopera , di cui ci facemmo carico per contenere il prezzo di vendita del prodotto.

Il tipo di imballaggio era subito piaciuto ai gas, noi purtroppo ci dovemmo far carico anche delle frequenti rotture causate dai corrieri, che lanciavano le scatole facendo esplodere le buste e danneggiando i prodotti in spedizione.

Dopo due anni ci capitò una fornitura di buste difettose che, a distanza di poche settimane dal riempimento, si aprirono tutte. Perdemmo più di 6.000 litri di prodotto, oltre a cartoni, etichette, nastro, pallet, ecc, inoltre dovemmo sopportare il costo di una ditta specializzata per la bonifica del capannone. Una perdita di 24.000 euro, solo in parte risarcita dal fornitore dopo una causa.”

Al tempo non c’erano altri fornitori disposti a fornire poche centinaia di buste, tutti chiedevano ordini minimi di 50.000 pezzi. Per questi motivi smettemmo nostro malgrado di utilizzarle.

La sostenibilità delle buste è legata alla loro dimensione in fase di trasporto, quando sono vuote (poco spazio occupato = meno volume e meno inquinamento per il trasporto). Non più tardi del mese scorso siamo andati a Ecomondo per parlare con la Corepla (Consorzio per la raccolta, riciclaggio e recupero degli imballaggi) e ci hanno confermato che le buste in plastica flessibile non sono riciclabili e devono essere immesse nell’indifferenziato. Questo anche per dire che continuiamo a rimanere aggiornati su possibili soluzioni.

Siamo poi passati al BaginBox, quella scatola di cartone con dentro una busta con rubinetto. Qui i problemi sono stati il costo dell’imballaggio (circa 4 volte maggiore rispetto a una tanica in plastica) e la macchina di riempimento, che avevamo preso a noleggio a 500 euro al mese. Dopo poco più di un anno ci comunicarono che il noleggio non era più possibile ,avremmo dovuto comprarla a 16.500 euro, e che dall’anno successivo il BaginBox sarebbe aumentato del 5%. Smettemmo così anche il BaginBox..

Ma non ci siamo fermati nella ricerca, dal 2014 siamo arrivati alla Bioplastica ricavata dalla canna da zucchero e non da petrolio. Abbiamo studiato uno stampo in ecodesign (4500 euro) che ottimizzasse gli spazi in fase di spedizione, per ridurre l’impatto dei trasporti. Acquistiamo i granuli di Bioplastica, che costa 3 volte la plasticada petrolio, e li facciamo soffiare appositamente per noi col nostro stampo. Potete solo immaginare la differenza di costo tra un flacone in plastica da petrolio, prodotto industrialmente in centinaia di migliaia di pezzi per centinaia di aziende, e il nostro flacone in Bioplastica!

Smaltire una tanica o un flacone in Bioplastica inserendoli nel recupero della plastica è un circuito virtuoso che permette il riciclo completo della plastica verde e non va a incrementare il consumo di petrolio.

Dopo questa piccola cronistoria (ho saltato altri esperimenti, come il bidoncino col sacco all’interno) potrete comprendere quanto è difficile la strada tra sostenibilità ambientale ed economica.

Ognuno di questi passaggi verso un nuovo imballaggio, ha in più un costo che non si vede direttamente, come tutte le etichette, i depliant, le foto, i listini, le comunicazioni agli enti, ecc. ecc.”

Questa lettera è stata tratta dal Notiziario di AEQUOS,la nostra cooperativa di GAS

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