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Stati Uniti  19 FEBBRAIO 2015

Lettera aperta ai cittadini, ai politici, agli organi di regolamentazione dell’Unione europea sul pericolo rappresentato dalle coltivazioni geneticamente modificate

Fonte: https://www.theletterfromamerica.org/

The Letter from AmericaVi scriviamo in qualità di cittadini americani per condividere con voi la nostra esperienza con le coltivazioni geneticamente modificate, il conseguente danno apportato al nostro sistema agricolo e la completa adulterazione della nostra filiera alimentare.

Nel nostro paese, le coltivazioni Geneticamente Modificate (GM) rappresentano circa la metà dei terreni agricoli. Circa il 94% della soia, il 93% del mais e il 96% del cotone è il risultato di una coltivazione geneticamente modificata. Il Regno Unito e il resto dell’Unione europea devono ancora adottare le coltivazioni GM come noi, ma proprio per questo sono sotto tremenda pressione da parte di governi, lobbisti della biotecnologia e grandi aziende per far sì che questa decisione venga presa al più presto, adottando un sistema che noi oggi riteniamo difettoso.

I sondaggi hanno dimostrato in maniera consistente che il 72% degli americani non vuole mangiare prodotti geneticamente modificati e oltre il 90% crede che tali prodotti dovrebbero essere etichettati esplicitamente. Nonostante queste massicce esigenze da parte della popolazione, gli sforzi per convincere i governi federali e non a regolare meglio, o semplicemente a etichettare, i prodotti GM sono stati scalzati dalle grandi aziende alimentari e biotecnologiche con budget illimitati e indiscutibile influenza.

Affinché possiate prendere la vostra decisione, vorremmo condividere con voi ciò che circa due decadi di coltivazioni GM negli Stati Uniti ci hanno portato. Riteniamo che la nostra esperienza serva da monito per farvi comprendere cosa succederà al vostro paese se ci seguirete su questa strada.

 Promesse non mantenute

Le coltivazioni geneticamente modificate sono state messe sul mercato con la promessa che avrebbero consistentemente aumentato i raccolti e diminuito l’uso di pesticidi. Non hanno fatto nulla di tutto questo. Secondo i recenti rapporti del governo americano le coltivazioni geneticamente modificate hanno avuto una produzione minore rispetto alle loro equivalenti non GM.

Era stato detto agli agricoltori che avrebbero avuto un maggior profitto con questo tipo di coltivazioni. La realtà, secondo il Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti, è totalmente diversa. La redditività è molto variabile, mentre il costo delle sementi di questo tipo aumenta vertiginosamente. I semi geneticamente modificati non possono essere conservati per essere ripiantati e questo significa che gli agricoltori devono acquistare nuovi semi ogni anno. Le aziende biotech controllano il prezzo dei semi che, per gli agricoltori, può essere dalle 3 alle 6 volte maggiore rispetto a quello dei semi convenzionali. Questo, combinato con l’enorme necessità di cure chimiche che questi semi hanno, significa che le coltivazioni geneticamente modificate sono progressivamente più costose rispetto alle normali piantagioni. A causa di questa sproporzionata enfasi sulle coltivazioni GM, però, le varietà di semi convenzionali non sono più disponibili, lasciando gli agricoltori con meno scelte e meno controllo su ciò che piantano.

Gli agricoltori che hanno scelto di non coltivare prodotti GM avranno in ogni caso i loro campi contaminati da questi a causa dell’impollinazione incrociata tra specie affini di piante e della confusione fra semi GM e non nella fase di stoccaggio.

Proprio per questo, i nostri contadini stanno perdendo i mercati esteri. Molti paesi hanno limitazioni o vietano l’importazione e la coltivazione di prodotti geneticamente modificati: tutto questo ha causato l’aumento delle controversie commerciali quando le spedizioni di grano sono contaminate da organismi geneticamente modificati.

Anche il fiorente mercato dei prodotti biologici ne ha risentito negli Stati Uniti. Molti contadini biologici hanno perso contratti per i semi biologici a causa dell’alto livello di contaminazione. Il problema sta crescendo e continuerà a crescere nei prossimi anni. 

Pesticidi ed erbe infestanti

Le varietà maggiormente diffuse di coltivazioni geneticamente modificate sono le “Roundup Ready”. Queste coltivazioni, prevalentemente di soia e mais, sono state geneticamente elaborate in modo che quando vengono spruzzati questi erbicidi Roundup® – il cui ingrediente attivo principale è il glifosato – le erbacce muoiono mentre le piantagioni continuano a crescere. Tutto questo ha creato un circolo vizioso. Le erbacce sono diventate più resistenti agli erbicidi, costringendo gli agricoltori a spruzzarne sempre maggiori quantità. Il sempre più pesante uso di erbicidi crea sempre più “super erbacce” e un conseguente ulteriore aumento dell’uso di erbicidi. Recenti studi hanno rilevato che tra il 1996 e il 2011, gli agricoltori che hanno piantato colture Roundup® hanno utilizzato il 24% in più di pesticidi rispetto alle stesse coltivazioni non geneticamente modificate. Restando su questa strada e continuando a utilizzare coltivazioni Roundup®, non possiamo aspettarci altro che l’aumento del 25% annuo dell’uso di pesticidi. Questo circolo vizioso legato ai pesticidi ha fatto sì che negli ultimi dieci anni negli Stati Uniti siano comparse 14 nuove specie di erbe infestanti resistenti al glifosato e oltre la metà delle aziende statunitensi siano afflitte da erbe resistenti agli erbicidi. Le aziende biotech, che vendono sia i semi geneticamente modificati, sia gli erbicidi, hanno proposto di affrontare il problema creando nuove varietà di coltivazioni in grado di resistere a erbicidi ancora più tossici e potenti, come il 2,4D e il Dicamba. Se queste varietà saranno confermate, si stima che si assisterà a un aumento dell’uso degli erbicidi del 50%.

Danno ambientale

Studi hanno dimostrato che il crescente uso di erbicidi sulle coltivazioni Roundup® ha un effetto altamente distruttivo sull’ambiente naturale circostante. Per esempio, il Roundup® uccide l’asclepiade, la principale fonte di nutrimento per la celebre farfalla Monarca, e rappresenta una minaccia per altri insetti fondamentali, come le api. È inoltre dannoso per il terreno, poiché uccide organismi benefici che lo mantengono sano e produttivo, rendendo inesistenti essenziali micronutrienti per le piante. Senza un terreno sano, non possiamo coltivare piante sane.

Altre varietà di piante geneticamente modificate, che sono state progettate per produrre il loro stesso insetticida (per esempio le piante di cotone Bt), danneggiano insetti benefici come i Crisopidi, la pulce d’acqua Daphnia magna e altri insetti acquatici, oltre alle coccinelle.

La resistenza agli insetticidi sta crescendo anche in queste piante, creando nuove varietà di insetti più forti e richiedendo quindi un maggior uso di pesticidi in diversi momenti del ciclo vitale delle piantagioni, per esempio sul seme prima ancora che sia piantato. Nonostante tutto questo, le nuove varietà di grano e soia Bt sono state approvate degli Stati Uniti e saranno presto piantate.

Una minaccia per la salute degli uomini

Ingredienti geneticamente modificati sono ovunque nella nostra filiera alimentare. Si stima che il 70% dei cibi lavorati consumati negli Stati Uniti siano stati prodotti utilizzando ingredienti GM. Se includiamo gli alimenti ottenuti con derivati di animali nutriti con prodotti GM, la percentuale si alza vertiginosamente.

Ricerche scientifiche dimostrano che le coltivazioni Roundup® contengono molto più glifosato, e la sua tossica decomposizione in AMPA, rispetto alle normali coltivazioni. Tracce di glifosato sono state trovate nel latte e nell’urina delle madri americane o nell’acqua potabile. Il livello di glifosato nel latte materno è alto a livelli preoccupanti – circa 1600 volte più alto di quanto sia permesso nell’acqua potabile in Europa. Passato ai bambini attraverso il latte materno, o attraverso l’acqua utilizzata per fare il latte in polvere, può essere una pericolosa minaccia per la loro salute, essendo un perturbatore ormonale.

Recenti studi hanno anche dimostrato che questo erbicida sia tossico per lo sperma.

Allo stesso modo, tracce della tossina Bt sono state trovate nel sangue delle madri e dei loro bambini. Gli alimenti geneticamente modificati non sono mai stati sottoposti a sperimentazioni umane prima di essere inseriti nella filiera alimentare e gli impatti sulla salute di questi prodotti, che circolano e si accumulano nel nostro corpo, non sono mai stati oggetto di studio delle agenzie governative o delle aziende che li producono.

Ricerche sugli alimenti Gm per animali o sul glifosato hanno in ogni caso mostrato risultati preoccupanti, inclusi danni agli organi vitali come fegato e reni, danni ai tessuti e alla flora intestinale, disfunzioni del sistema immunitario, anomalie riproduttive e tumori.

Questi studi scientifici si concentrano sui potenziali e seri problemi sulla salute umana che non sono stati anticipati quando il nostro paese ha abbracciato le colture geneticamente modificate e ancora oggi continuano ad essere ignorate da coloro che dovrebbero proteggerci. Al contrario, i nostri organi di regolamentazione si basano su studi obsoleti o informazioni che si basano o sono forniti dalle compagnie biotech che, in modo sicuramente non sorprendente, negano qualsiasi effetto negativo sulla salute.

Un rifiuto della scienza

Quest’interpretazione da parte delle aziende scientifiche è in netto contrasto con i risultati delle ricerche degli scienziati indipendenti. Nel 2013, infatti, circa 300 scienziati indipendenti di tutto il mondo hanno pubblicato un’allerta per comunicare che non esisteva alcun consenso scientifico sulla sicurezza degli alimenti geneticamente modificati e sul fatto che i rischi, come dimostrato da ricerche scientifiche indipendenti, forniscono seri motivi di preoccupazione. Non è facile per gli scienziati indipendenti esprimersi sull’argomento. Alcuni di questi hanno incontrato numerosi ostacoli nel pubblicare i risultati delle loro ricerche, sistematicamente denigrate dagli scienziati pro OGM, e spesso sono stati loro negati i finanziamenti per le ricerche; addirittura alcuni hanno visto minacciato il posto di lavoro e la carriera.

Controllo del sistema alimentare

Attraverso la nostra esperienza siamo arrivati a comprendere che l’ingegneria genetica alimentare non si è mai interessata al bene pubblico, o a nutrire gli affamati, o a sostenere i contadini. Né si interessa alle scelte dei consumatori. Riguarda soltanto il controllo privato e aziendale del sistema alimentare.

Questo controllo si estende ad aree della vita che influenzano profondamente il nostro benessere quotidiano, inclusa la sicurezza alimentare, la scienza e la democrazia. Minaccia lo sviluppo di un’agricoltura genuina, sostenibile ed ecologica e impedisce la creazione di un trasparente e sano sistema alimentare fruibile da tutti. Oggi negli Stati Uniti, dal seme al piatto, la produzione, la distribuzione, il marketing, i test di sicurezza e il consumo degli alimenti è controllato da un pugno di aziende, molte delle quali hanno interessi commerciali nelle tecnologie genetiche. Queste creano i problemi e poi vendono le cosiddette soluzioni. Questo è il circolo chiuso di generazione di profitto che non ha eguali in nessun altro tipo di commercio.

Tutti abbiamo bisogno di mangiare ed è per questo che ogni cittadino dovrebbe cercare di capire questi problemi.

È tempo di parlarne

Gli americani stanno raccogliendo gli effetti negativi di questa tecnologia agricola rischiosa e non testata. I paesi dell’Unione Europea dovrebbero prenderne nota: non ci sono benefit con le coltivazioni geneticamente modificate che possano giustificare l’impatto e le conseguenze che hanno. I funzionari che continuano a ignorare questi fatti sono colpevoli di un grave inadempimento dei loro doveri.

Noi, che sottoscriviamo questa lettera, stiamo condividendo la nostra esperienza e ciò che abbiamo imparato in modo che non ripetiate i nostri stessi errori.

Vi invitiamo caldamente ad opporvi all’approvazione di colture geneticamente modificate, a rifiutare che vengano piantate tali coltivazioni laddove siano state approvate, a respingere l’importazione o la vendita di mangimi GM per animali e alimenti umani con ingredienti GM e soprattutto ad esprimervi contro il potere aziendale che influenza la politica, gli organi di regolamentazione e la scienza.

Se il Regno Unito e il resto d’Europa diventeranno il nuovo mercato per le coltivazioni e gli alimenti geneticamente modificati, i nostri sforzi per avere un’etichettatura adeguata e per regolare gli OGM saranno sempre più difficoltosi, se non impossibili. Se i nostri sforzi falliranno, i vostri tentativi di eliminare dall’Europa gli OGM saranno altrettanto vani.

Se lavoriamo insieme, tuttavia, potremo dare nuova vita al sistema alimentare mondiale, assicurando la salubrità del suolo, dei campi, del cibo e la salute delle popolazioni stesse.

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Su   https://www.theletterfromamerica.org/    si possono trovare, oltre al testo precedente, 37 riferimenti bibliografici e scientifici dai quali sono tratte le affermazioni riportate nella lettera precedente.

Un ringraziamento a Olli della ditta RUGRA’ che ci fornisce ottimi vini BIO e che ci ha indicato questo lavoro.

De Angeli Gina- Infermiera professionale in Toscana

Sono già diversi giorni che ho in testa l‟idea di scrivere questa lettera, un’idea maturata perché l’emergenza
coronavirus ha scoperto ogni nervo di un sistema che, se ancora oggi è in grado di dare una risposta lo deve solo
all’abnegazione del personale sanitario. Il sistema sanitario è un sistema complesso, se prendiamo a esempio
l‟ospedale, perché funzioni ha bisogno oltre che di medici, infermieri e oss (operatori socio sanitari), anche delle lavoratrici e dei lavoratori delle pulizie, delle mense, delle lavanderie, dei centralini, degli amministrativi, dei tecnici, dei laboratori, dei lavoratori della logistica, del trasporto, etc., insomma di tutto un complesso di figure che fanno sì che quando un paziente arriva, possa ricevere la giusta risposta sanitaria.                                                                    Invece cosa è successo in questi anni? I piccoli ospedali sono stati chiusi, i letti ridotti, le mense, le cucine, le sterilizzazioni esternalizzate, i laboratori analisi accorpati, i medici costretti alle dimissioni precoci. Il personale sanitario si è trovato stretto fra le decisioni dei vertici aziendali e i bisogni dell‟utenza.
Decisioni che tagliando i servizi e distruggendo quasi il territorio hanno reso difficili e in molti casi inaccessibili le
cure a chi ne ha bisogno. Decisioni che ci hanno privato della nostra professionalità, decisioni che ci hanno imposto
che contano di più gli aspetti amministrativi che la cura e l‟assistenza del paziente, il tempo che passiamo con lui, la
capacità non solo di curarlo ma di sostenerlo, di aiutarlo di fronte alla malattia, alla sofferenza e anche alla morte.
Decisioni che hanno tentato di toglierci la nostra dignità personale e lavorativa importantissima, perché come disse
giustamente 40 anni fa un medico, Mario Lizza “non c’è umanizzazione dell’ospedale senza umanizzazione delle
condizioni di lavoro e di vita del personale che vi lavora”.
I cittadini dall’altra parte hanno avvertito, perché lo vivono tutti i giorni, i cambiamenti negativi di questo sistema,
giustamente si lamentano, s‟indispettiscono, esigendo risposte da chi non può più soddisfarle e i modi di difendersi si manifestano nelle forme più diverse, incalzati dai media e da campagne denigratorie. Ma c‟è anche un‟altra ragione che mi ha spinto, sollecitata tra l‟altro dalle lettere di altri operatori sanitari, ed è “l‟irritazione” che mi deriva dalle parole dei vari ministri, presidenti delle regioni, direttori ospedalieri, politici di destra e di sinistra, su questa
trasformazioni in angeli, oserei aggiungere dell‟inferno nel quale continuamente ci costringono a lavorare.

Io non ci sto!!! Io non ci sto ad essere trasformata in un angelo, quando fino a ieri e proprio grazie a quelle scelte,
oggi ci troviamo nella cosi detta “merda” di fronte all’emergenza coronavirus. Per anni si e lavorato sistematicamente per distruggere la sanità pubblica, privatizzando, chiudendo ospedali, diminuendo posti letto, dirottando il pubblico verso il privato, per anni si è portato avanti campagne denigratorie contro noi, il signor Brunetta insegna, attaccando i lavoratori e le lavoratrici del Pubblico Impiego, come fannulloni, lavativi e furbetti. Per anni abbiamo accumulato uno stress lavorativo dovuto al disagio per le richieste eccessive e continue, interne ed esterne, spesso al di sopra delle proprie risorse fisiche e mentali, quando addirittura divergenti con le motivazioni personali. Per anni ci hanno fatto il lavaggio del cervello affinché noi concedessimo loro, volontariamente il nostro consenso a questa operazione.
Laddove, con queste manovre, non hanno raggiunto dei risultati, hanno adottato vari strumenti, sviluppando e
aggiornando forme di repressione tese non solo a colpire quelli che non volevano sottostare, ma per infondere la
paura come deterrente e monito nei luoghi di lavoro per indurci al silenzio come unica soluzione possibile.

L‟infame obbligo all’azienda è uno tra quelli, inserito nei nostri contratti di lavoro con l‟avvallo dei sindacati
confederali, che ci impedisce di denunciare quanto accade, pena il licenziamento. Allora io mi domando se è  un delitto pretendere di lavorare meglio, con più personale, in condizioni più umane, il non voler essere di fronte al malato il capro espiatorio verso il quale egli può riversare la sua rabbia e la sua sofferenza per un‟assistenza che sempre peggio si fa carico delle sue esigenze? Se è un delitto voler smascherare ogni tentativo di mettere un lavoratore contro l’altro, nascondendo le reali cause del processo di riorganizzazione in corso? Se é un delitto voler costruire un fronte comune con gli utenti contro la distruzione della sanità pubblica e contro chi vuole la condanna a morte di chi non si può permettere cure? Per questo quello che voi chiamate la fedeltà all’azienda (che tanto ricorda la filosofia fascista), io la chiamo “obbligo di omertà”, perché vorrebbe impedirci di denunciare le cause reali di quanto sta succedendo in sanità a seguito di scelte politiche ed economiche ben precise.
La frase di un cittadino calabrese sintetizza bene queste scelte; “avete fatto della salute un mercimonio. Avete fatto
dell‟ospedale uno scempio. Avete fatto di un diritto un favore”. Oggi ci chiedete di stringerci in un abbraccio che io
definisco mortale, promettendo tra l‟altro centinaia di assunzioni, così come fu fatto dopo la Sars e il batterio New
Delhi, promesse che si tradurranno in alcune decine di assunzioni, con contratti interinali, che non risolveranno il
problema della mancanza di personale, ma che apriranno sempre di più le porte all’ingresso di lavoratori e lavoratrici più sfruttati, con meno diritti e più ricattabili.
Per questo io non ci sto!  Io sono dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici, come sono dalla parte dei cittadini e del loro diritto ad avere una sanità pubblica, efficiente e qualificata su tutto il territorio nazionale. Mi auguro che alla fine di questa emergenza, noi tutti lavoratori e lavoratrici, avremo raggiunto la consapevolezza che, di fronte allo scenario che si prospetta, divisi non andiamo da nessuna parte e che per iniziare ad arginare la valanga che si sta abbattendo su di noi dobbiamo rimettere al centro la solidarietà, l’unità e l’autorganizzazione, riprendendo la capacità non solo di informarci e informare ma di impedire che attraverso questo processo la sanità diventi sempre più preda di avvoltoi e criminali; Un processo questo che se non è ostacolato, cancellerà ogni diritto e ogni legittima aspettativa dei lavoratori e lavoratrici e il diritto a una Sanità Pubblica universalistica.
La difesa delle nostre condizioni di lavoro assume, quindi, un‟importanza fondamentale che va ben oltre il mero ambito contrattuale o l’interesse particolare di una categoria professionale, perché coinvolge il tema della tutela della salute dei cittadini (coronavirus insegna). Per fare questo è fondamentale costruire momenti di aggregazione, solo da un‟azione collettiva può nascere la forza in grado di contrastare questo processo di privatizzazione e sottrarci dall’essere complici involontari della distruzione della Sanità Pubblica perché la salute non è una merce che si vende e si monetizza.

…ATTIVATELI


Lettera aperta:
Al Presidente della Regione Lombardia  Attilio Fontana
All’Assessore all’assessore al Welfar Giulio Gallera
Al Direttore Generale ASST Milano Ovest  Fulvio Adinolfi
Al Commissario straordinario  Guido Bertolaso
Alla stampa ed ai cittadini.
Dagli operatori della sanità di ADL Cobas Lombardia.

Sono Riccardo Germani, portavoce di ADL Cobas Lombardia, nonchè lavoratore dell’Ospedale di Legnano.
Raccolgo la proposta di un gruppo di lavoratrici e lavoratori dell’Ospedale e la rendo pubblica.
Ci rivolgiamo a quanti in indirizzo, perché in questo momento crediamo che l’aiuto di tutti sia un bene prezioso.
Sappiamo che la Regione ha chiesto di coordinare la possibilità di costruire un ospedale per pazienti di Covid 19 a Giudo Bertolaso, che sta cercando di allestire, presso i padiglioni della ex Fiera di Milano, nuovi posti letto.
Probabilmente Il commissario straordinario Bertolaso non è a conoscenza della presenza di una struttura che ha tutte le potenzialità per accogliere velocemente nuovi pazienti proprio qui vicino all’ex zona fiera.
Non vogliamo entrare in polemica sulle vecchie vicissitudini e lo spreco di denaro pubblico della nostra storia sanitaria regionale ma, sottolineiamo che proprio a Legnano, a poca distanza dalla zona fiera, esiste il “vecchio monoblocco” e ben 2 padiglioni realizzati e predisposti 10 anni fa con tutte le attrezzature.
Infatti, essendo una brutta pagina politica di questa Regione, sembra che pochi si ricordino ciò che oggi potrebbe essere invece una risorsa per garantire immediatamente, centinaia e centinaia di nuovi posti letto.
Infatti, ci sono: camere già attrezzate con predisposizione di ossigeno, una rianimazione, reparti di terapia intensiva che sono chiusi, mentre resta aperto e funzionante in una struttura nuovissima un prezioso laboratorio di analisi.
A nostro avviso sarebbe una soluzione immediata se si rendesse operativa questa struttura con l’investimento di meno risorse economiche che potrebbero, invece, essere utilizzate per materiali, dispositivi e per assumere il personale sanitario che servirebbe a gestire più di 500 posti letto che si renderebbero disponibili senza alcuno spreco di risorse e di tempo.
Invitiamo per tanto a fare un sopralluogo, a verificare quanto stiamo asserendo sicuri di quanto affermiamo.
Noi lavoriamo all’ospedale attualmente attivo a Legnano che è di recente costruzione ed oggi sta operando con grande professionalità dei lavoratori e delle lavoratrici tutte, come meglio può per accogliere i malati di covid 19, anche grazie ad un’amministrazione che da subito ha affrontato in maniera pragmatica l’emergenza mettendo a disposizione reparti da destinare ai malati e personale, ma come dappertutto i posti non sono mai abbastanza.
Abbiamo una risorsa e ci aspettiamo che venga attivata per il bene comune di tutta la regione.
Riccardo Germani
Portavoce ADL Cobas Lombardia
Operatore sanitaro Ospedale di Legnano

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua  :STOP ai distacchi dell’acqua!

E’ evidente che i provvedimenti adottati dal Governo con il fine di contenere la diffusione del contagio da Coronavirus stiano producendo uno stato di eccezione e una sostanziale sospensione della democrazia.

Non intendiamo addentrarci in un ragionamento sull’opportunità o necessità di queste misure, ma ci interessa piuttosto evidenziare una contraddizione che potrebbe avere pesanti impatti sociali e sanitari.

In una situazione in cui le cittadine e i cittadini sono letteralmente investiti da divieti e prescrizioni, nello sforzo collettivo e individuale di mitigare il rischio di contagio, non abbiamo letto da nessuna parte il più basilare provvedimento in tema igienico-sanitario: l’accesso all’acqua per tutte e tutti.

In tutta Italia i gestori del servizio idrico mettono in atto, con varie sfumature, la pratica del distacco idrico in caso di morosità o altre irregolarità come quelle individuate dal famigerato l’art.5 del Decreto Lupi che nega l’accesso ai servizi pubblici essenziali, compresa l’acqua, a coloro che sono costretti ad occupare per avere una casa.

Si tratta di una violazione di un diritto umano ancora più odiosa e pericolosa per la salute pubblica in un contesto come quello attuale, quando la prima norma da tutti ripetuta è proprio l’attenzione all’igiene.

Chiediamo, pertanto, la sospensione di tutte le procedure di distacco del servizio idrico:
poiché oggi è ancora più necessario garantire attraverso una norma specifica che l’acqua sia disponibile a tutte e tutti a prescindere da condizioni di morosità o meno.

Un provvedimento dovuto in una fase emergenziale, ma che auspichiamo possa essere affrontato in modo sistemico con il riavvio della discussione della legge per l’acqua pubblica bloccata da mesi, senza reali motivazioni, in Commissione Ambiente della Camera.

Ciò anche alla luce del fatto che gli aumenti tariffari hanno portato migliaia di famiglie a non essere più in grado di sostenere la spesa per l’acqua potabile e aver garantito lauti profitti ai gestori. Pertanto, questo provvedimento deve realizzarsi senza alcun esborso di denaro pubblico, bensì come un contributo dei gestori alla soluzione dell’emergenza.

Si tratta infatti di una misura utile a limitare il contagio, che contribuisce anche a non pesare su un sistema sanitario già provato da anni di mancati investimenti.

Chiediamo al Governo e a tutte le forze politiche di attivarsi perché siamo convinti che se l’acqua è un diritto riconosciuto dall’ONU, non è agli indici di mercato che possono essere affidate le scelte della sua gestione.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

tratto da Attac Italia 4 Marzo 2020

coronavirus

di Marco Bersani

Mentre nel turbinio di notizie, spesso fra loro contraddittorie, sulla diffusione e pericolosità del Coronavirus, ciascuno di noi cerca di affrontare l’epidemia come meglio riesce, qualcuno sui mercati finanziari sta scommettendo cifre importanti sulla salute individuale e collettiva.

Sembra incredibile, ma in un sistema che cerca di mettere a valore finanziario l’intera vita delle persone, anche il Coronavirus rientra nella macabra contabilità dei guadagni e delle perdite.

Stiamo parlando della Banca Mondiale e dei catastrophe bonds (per gli amici Cat-bond) emessi dalla stessa nel 2017 per finanziare il progetto Pandemic Emergency Financing Facilithy, con scadenza a luglio 2020.

Di cosa si tratta? Organizzato ed emesso dalla Banca mondiale, strutturato e gestito da Swiss RE, Munich RE e GC Securities (colossi della riassicurazione), il bond pandemico del 2017 era diviso in due diverse classi. La prima classe (A) ha raccolto 225 milioni di dollari, e secondo il prospetto informativo di 386 pagine, era dedicato solo all’influenza stagionale; la seconda (B), focalizzata sull’epidemia di Ebola, ha raccolto 95 milioni di dollari. Si tratta di obbligazioni, l’acquisto delle quali promette agli investitori un cedola annuale di interessi pari al 6,9% (classe A) o pari all’11,5% (classe B).

In pratica, la Banca Mondiale emette bond con gli interessi sopra descritti, gli investitori mettono i soldi e, se nel tempo di scadenza non si verifica alcuna pandemia, gli investitori incassano interessi rilevanti (oltre al rimborso del capitale), mentre, se la pandemia dovesse effettivamente verificarsi, gli investitori perdono i loro soldi che verranno destinati dalla Banca Mondiale come aiuti al paese colpito. Ma, perché scatti la clausola di pandemia (e conseguente default) occorrono alcuni dati numerici: 2500 morti nel Paese epicentro della pandemia e almeno 20 in un paese terzo.

Nascono anche da questi squallidi interessi parte delle diatribe “scientifiche” relative alla discussione se con il Coronavirus si sia in presenza di una pandemia o di una “più semplice” epidemia, e le relative pressioni delle lobby finanziarie sull’Organizzazione Mondiale della Sanità (d’altronde il Cat-bond scade a luglio e gli investitori sono in grande affanno).

Senza contare come, nello specifico dei Cat-bond della Banca Mondiale, l’ultima parola spetti per contratto ad un’azienda privata, la Air Worldwide Corporation di Boston.

Va inoltre aggiunto come questi bonds siano regolati da una serie infinita e molto complessa di criteri da soddisfare (dall’esatta collocazione geografica del primo focolaio, alla dettagliata causalità dei decessi registrati etc.).

Complessità che è stata più che evidente nel caso dell’epidemia di Ebola che ha sconvolto la Repubblica Democratica del Congo, dove, nonostante gli oltre 2000 morti non è arrivato neppure un dollaro degli aiuti decantati, perché non era stato soddisfatto il criterio dell’internazionalità dell’epidemia, misurabile con almeno 20 morti in un paese terzo (ci ha provato l’Uganda, ma non è arrivata oltre i due decessi).

Se riusciamo a mettere in gioco il denaro privato e continuare a migliorare la struttura dei bond e rendere facile e redditizio per i paesi acquistare l’assicurazione, allora questo può diventare un processo attraverso il quale i paesi possono auto-finanziarsi con il passare del tempo, piuttosto che fare affidamento sull’assistenza dei donatori.” ha dichiarato Mukesh Chawla, coordinatore delle strutture di emergenza per le pandemie della Banca Mondiale.

Così, invece che mettere risorse decisive per contrastare la crisi climatica e il conseguente disequilibrio ecologico -causa primaria della proliferazione di virus vecchi e nuovi- o finanziare sistemi sanitari pubblici in grado di prevenire e intervenire, si è riusciti ad impiantare un altro mercato finanziario che scommette sulla vita e la salute collettiva, lasciando le persone in balia degli eventi, mentre ai fondi d’investimento luccicano gli occhi nel constatare il volume degli interessi guadagnati.

E’ il capitalismo, bellezza! Il più pericoloso dei virus che tutte e tutti dovremmo debellare.

 il Governo non svenda la sicurezza del nostro cibo sotto il ricatto dei dazi di Trump!

 

Il ministro USA dell’Agricoltura da oggi a Roma chiede l’azzeramento del Principio di precauzione e il via libera a cibo ai pesticidi e OGM. Conte rispetti gli impegni presi a Assisi e sul Green New Deal

L’amministrazione USA lo ha affermato senza ritegno: l’Europa è nel mirino laser di Trump perché chiuda in poche settimane un accordo commerciale con gli Stati Uniti che metta le mani sulle regole e i principi più preziosi per la nostra sicurezza alimentare: il Principio di precauzione. Senza un dibattito pubblico né il coinvolgimento dei Parlamenti sotto il ricatto di nuovi dazi, grazie alla pressione decisiva del settore dell’auto tedesco, ci chiede di ingoiare il TTIP (Trattato Transatlantico di facilitazione commerciale) già rigettato da milioni di cittadini europei e centinaia di sindacati, produttori, organizzazioni della società civile e ambientaliste.

A poche ore dal suo arrivo a Roma previsto per oggi, 29 gennaio 2020, il ministro americano per l’Agricoltura Sonny Perdue ha incontrato la stampa internazionale a Bruxelles dopo un meeting con i commissari europei Janusz Wojciechowski (Agricoltura), Stella Kyriakides (Salute) e Phil Hogan (Commercio). “A Davos, le parti hanno concordato settimane, non mesi” per chiudere un accordo, ha detto Perdue, secondo cui Hogan “deve convincere gli altri Commissari e il Parlamento”. La conferenza stampa è stata occasione per mettere in chiaro i paletti che gli Stati Uniti vogliono sradicare con il nuovo TTIP: per Washington l’approccio vigente in Europa non è accettabile, e la nuova Commissione Von der Leyen deve abbandonare il principio di precauzione per basarsi su “una solida scienza”.

Per dare un’idea di quanto questa scienza sia solida negli USA, basti pensare che nuovi prodotti e sostanze vengono messi in commercio sulla base di valutazioni fatte dalle imprese. I controlli delle agenzie pubbliche scattano soltanto su ricorsi o denunce dei cittadini e consumatori vittime degli eventuali impatti negativi. In UE invece si adotta la precauzione per evitare che l’onere della prova, nei casi in cui ci siano forti preoccupazioni sulla nocività di una sostanza o di un prodotto, ricada sui cittadini a tragedia già avvenuta. La differenza di approccio ha tenuto finora fuori dal mercato europeo pesticidi, OGM e alimenti trattati con sostanze pericolose per la salute e attualmente vietate, provenienti dagli Stati Uniti.

Il Governo italiano, se è serio nel voler tradurre in atti l’impegno solenne di proteggere il nostro pianeta – ribadito dal premier Conte sottoscrivendo a Assisi il Manifesto ispirato da papa Francesco – deve dichiarare immediatamente la sua indisponibilità a supportare un nuovo TTIP e respingere al mittente l’imposizione di nuovi dazi in risposta alla vertenza boeing-airbus di cui l’Italia non è assolutamente responsabile.

Il Principio di precauzione europeo, secondo Trump e i suoi, deve essere neutralizzato. Il Segretario all’Agricoltura statunitense ha dichiarato alla stampa che il commissario UE al commercio Hogan avrebbe “riconosciuto che dobbiamo conciliare il deficit di 10-12 miliardi di dollari con l’UE” relativamente agli scambi di prodotti agricoli. A questo proposito, ha detto Perdue, Trump sarebbe “completamente concentrato” (laser-focused) “sulla chiusura di quel deficit commerciale agricolo con il blocco europeo”.
Quali concessioni chiede Washington
?

  • Un indebolimento delle norme sanitarie e fitosanitarie, così come dei limiti massimi consentiti di residui di pesticidi e altre sostanze chimiche nel cibo;
  • il cambio della legislazione europea sugli OGM per consentire il commercio di alimenti geneticamente manipolati, soprattutto se prodotti con le nuove tecniche di creazione varietale (in particolare quella denominata CRISPR).

Ricordiamo come, in questo secondo caso, sia stata emessa una sentenza della Corte di Giustizia Europea che obbliga i prodotti di queste nuove tecniche a sottostare alle normative vigenti in tema di organismi geneticamente modificati. Nonostante questo, le lobby dell’agribusiness continuano a chiedere un cambio di regime, supportate da un pezzo di mondo scientifico che sottovaluta i rischi ambientali e guarda con favore all’estensione della proprietà intellettuale su piante e sementi.

Per la Campagna Stop TTIP quella impressa dagli Stati Uniti con la complicità della Commissione europea è una forzatura inaudita e inaccettabile. Il Parlamento Europeo ha negato alla Commissione europea il mandato di negoziare il commercio dei prodotti agricoli, e quello di svendere le regole che proteggono la sicurezza alimentare è un basso espediente per aggirare la volontà popolare democraticamente espressa.

La Commissione forza il suo mandato perché secondo le regole che l’Europa si è data non si possono chiudere accordi commerciali di questa portata senza condurre valutazioni di impatto occupazionale, economico e ambientale.

Ancora più scandaloso è che questo venga fatto facendo finta di dimenticare che Trump si è tirato fuori dall’Accordo di Parigi sul clima, sostenendo una concorrenza sleale nei confronti di Paesi come il nostro rispettano a caro prezzo gli impegni europei, e che il nuovo TTIP non potrà che far lievitare la produzione di emissioni climalteranti, in contrasto con gli indirizzi verso una maggiore sostenibilità contenuti nel Green Deal europeo di cui l’Italia si è dichiarata paladina.

Ci aspettiamo coerenza e dignità dal Governo italiano e supporto e da tutte quelle parlamentari e quei parlamentari che si sono impegnati con noi prima delle elezioni a confinare tra le pagine peggiori della storia d’Europa trattati come questo.

Tratto da COMUNE-INFO

22 Gennaio 2020

In occasione del World Economic Forum, Fairwatch, Terra! e Cospe, nell’ambito della campagna #StopISDS lanciano un nuovo rapporto, che dimostra come le grandi imprese inquinanti stiano facendo causa agli Stati per rallentare la transizione ecologica e impedire nuove leggi sul cambiamento climatico. I dati raccolti dalle tre organizzazioni tracciano un quadro allarmante: cresce il numero delle imprese inquinanti che fanno causa ai governi contro le norme sul clima e l’ambiente. Teatro di queste controversie sono le corti arbitrali, dove regnano l’opacità e il conflitto di interessi. Nel 2020 le cause in tutto il mondo supereranno quota mille

Foto tratta da Fliker di Globovisión EFE/JEAN CHRISTOPHE BOTT

Mentre a Ginevra va in scena il Mentre a Ginevra World Economic Forum di Davos, Fairwatch, Terra! e Cospe lanciano “Processo al futuro”, un nuovo rapporto di denuncia che rivela la strategia delle compagnie fossili per bloccare o rallentare la transizione ecologica. Sempre più spesso, infatti, le grandi imprese attaccano la legislazione ambientale tramite l’arbitrato internazionale, un sistema di corti sovranazionali non trasparenti a disposizione del settore privato.

Grazie a questo vero e proprio sistema giudiziario parallelo, le aziende possono chiedere compensazioni miliardarie agli Stati che promuovono leggi lesive dei loro profitti, anche se queste politiche vanno in direzione dell’interesse pubblico o della lotta al cambiamento climatico. In un processo senza giuria né pubblico, davanti a tre avvocati commerciali, i governi devono difendere moratorie sulle trivellazioni, piani di uscita dal carbone o dall’energia nucleare. E spesso perdono la causa o sono spinti a patteggiare per evitare risarcimenti troppo onerosi. Ma spesso il patteggiamento comporta il ritiro delle proposte di legge o l’indebolimento dei piani climatici, con grave danno per i cittadini e l’ambiente.

“L’esistenza di questi tribunali semi-segreti è possibile grazie a migliaia di accordi sul commercio e gli investimenti che gli Stati hanno firmato in questi anni – spiega Monica Di Sisto, vice presidente di Fairwatch e portavoce della Campagna Stop TTIP/CETA – Con questa nuova indagine vogliamo dimostrare che l’agenda commerciale italiana ed Europea oggi è incompatibile con il Green New Deal proposto nelle scorse settimane. Bisogna invertire le priorità fra business e i diritti umani, e i signori di Davos devono essere fermati”.

La clausola di protezione degli investitori (ISDS – Investor-to-State Dispute Settlement) è infatti un punto cardine della maggior parte dei 3 mila trattati commerciali in vigore fra due o più Paesi. Gli ultimi dati disponibili – anche se molte cause rimangono secretate – raccontano che le imprese l’hanno utilizzata 983 volte per trascinare alla sbarra governi “colpevoli” di proporre politiche sgradite. Un numero che nel 2020, stando ai trend attuali, supererà quasi certamente quota 1000. Ad oggi, sono 322 le cause ancora in attesa di sentenza.

Delle 677 passate in giudicato, ben 430 hanno visto un successo totale o parziale delle aziende (191 risolte in favore dell’investitore, 139 chiuse con un patteggiamento), 230 hanno visto scagionare lo Stato, 73 sono state sospese e 14 chiuse senza l’attribuzione di un risarcimento. Nella gran parte dei casi, il Paese denunciato (l’ISDS è un sistema a senso unico, in base al quale uno Stato può solo comparire come imputato, mai nelle vesti dell’accusa) ha pagato almeno le spese legali, che mediamente ammontano a 8 milioni di euro ma possono lievitare fino a 30.

Foto tratta da Fliker di Globovisión . EFE/Laurent Gillieron

Organizzazioni della società civile e movimenti in tutto il mondo si oppongono all’ISDS perché, soprattutto negli ultimi venticinque anni, ha determinato un numero crescente di cause pretestuose, con imprese che hanno preso di mira leggi sulla tutela del lavoro, dei servizi pubblici e dell’ambiente.

“È proprio la legislazione ambientale a trovarsi oggi sotto attacco diretto delle multinazionali del fossile – aggiunge Francesco Panié, ricercatore dell’associazione Terra! tra gli autori del rapporto – Mentre l’Italia e l’Unione Europea si trovano a dover fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico, i giganti dell’inquinamento remano contro, usando i tribunali arbitrali come clava per bloccare o rallentare l’azione per il clima”.

In particolare, il Trattato sulla Carta dell’Energia è il più invocato dagli investitori per avviare contenziosi contro i governi: ben 128 cause arbitrali sono state mosse impugnando questo accordo. Il rapporto “Processo al futuro” elenca una serie di casi emblematici in cui diversi Paesi tra cui Italia, Francia, Olanda e Svezia sono stati bersaglio di richieste di risarcimento avanzate da compagnie energetiche dei settori di carbone, gas e petrolio. In particolare, l’Italia potrebbe trovarsi nel 2020 a dover pagare fino a 350 milioni di dollari alla Rokchopper, compagnia petrolifera britannica che nel 2017 ha fatto ricorso in arbitrato contro l’introduzione del divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine.

“Di fronte a questo scandalo l’Unione europea non sta facendo abbastanza – dichiara Alberto Zoratti, ricercatore del Cospe tra gli autori del rapporto – Invece di eliminare l’ISDS dai trattati sugli investimenti, sta negoziando a Vienna in questi giorni una proposta per trasformarlo in una Corte internazionale permanente che diventerebbe a tutti gli effetti un tribunale mondiale per le grandi imprese. Questo non è accettabile”.

Questo processo, che si svolge nell’ambito della Commissione ONU per il diritto commerciale internazionale (UNCITRAL), va in direzione opposta a quanto chiedono centinaia di esperti, organizzazioni e giuristi.

“Bisogna mettere fine al sistema dell’ISDS ed eliminarlo dagli accordi commerciali già conclusi – dichiara Nicoletta Dentico, di Society for International Development e tra gli autori del rapporto – Nel frattempo, l’Unione Europea deve lavorare per concludere un ambizioso trattato vincolante dell’ONU su imprese e diritti umani, che obblighi il settore privato a rispondere delle violazioni perpetrate lungo la filiera e aiuti le comunità colpite da attività impattanti ad ottenere giustizia. Finora Bruxelles ha usato due pesi e due misure, supportando strumenti come l’ISDS, che rafforzano il potere delle corporation, e contrastando l’accordo a difesa dei diritti e dell’ambiente. Senza un’inversione di priorità, la crisi ecologica e sociale non potrà che farsi più acuta”

Liberamente tratto da un articolo comparso sul portale della Coldiretti del 20 Settembre 2019
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 Da due anni è entrato in vigore in via provvisoria l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada

il CETA,

nonostante a oggi sia stato ratificato solamente da 15 nazioni su 28

L'accordo CETA favorisce il falso made in Italy

I dati Istat relativi al primo semestre del 2019 evidenziano un crollo devastante delle esportazioni in Canada dei formaggi  Made in Italy, che si sono ridotte praticamente di un terzo, scendendo a soli 1,4 milioni di chili nel primo semestre del 2019, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I prodotti del settore caseario nazionale più colpiti dal CETA sono:

  • Parmigiano Reggiano e Grana Padano: -32%;
  • Provolone: – 33%;
  • Gorgonzola: -48%;
  • Fiore sardo e Pecorino romano: -46%
  • Asiago, Caciocavallo, Montasio e Ragusano: -44%

Un totale che vale, appunto, -32% sull’export di questi prodotti verso il Canada rispetto al primo semestre del 2018.

Al contrario aumentano di quasi 9 volte la quantità di grano importato dal Canada in Italia nel primo semestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, per un totale di 387 milioni di chili.

…e noi mangiamo:

      –il grano duro canadese che viene  trattato con l’erbicida glifosato    in preraccolta, secondo modalità vietate in Italia dove la  maturazione avviene grazie al sole.

      -la carne canadese prodotta alimentando gli animali con  derivati di sangue, peli e grassi  trattati ad alte  temperature, senza indicazione in etichetta. Un sistema che in Europa è vietato da oltre venti anni a seguito dello scandalo della mucca pazza.

Ugo Bardi

Ugo Bardi     Docente presso la Facoltà di Scienze MM. FF. NN. a Firenze

Qualche giorno fa Alia, la più grande società toscana che gestisce i rifiuti urbani, ha invitato i cittadini a mettere i rifiuti in bioplastica nel contenitore dei rifiuti non differenziati. Questo ha colto molta gente di sorpresa: come è possibile che un materiale “bio” non si possa riciclare? Il risultato è stato una bella polemica estiva in cui Alia è stata accusata di incompetenza, impreparazione e varie altre nefandezze. Ma, ahimè, quando si parla di rifiuti, le cose non sono mai come uno si aspetta. La bioplastica non è e non può essere il toccasana che poteva sembrare. E il problema non è solo toscano: è lo stesso in tutta Italia.

Cominciamo col dire che il riciclo dei rifiuti organici urbani richiede impianti complessi e costosi. Tutti gli anni porto i miei studenti a visitare gli impianti di compostaggio di Alia vicino a Firenze. E’ un’esperienza formativa: possono toccare con mano (letteralmente) e anche annusare di persona i rifiuti durante i vari stadi del processo. Si rendono anche conto di quanti maleducati ci sono in giro che buttano ogni sorta di robaccia nel contenitore dell’organico, dalle scarpe ai palloni da calcio. Tutte cose che vanno laboriosamente separate dal vero organico prima di avviarlo alle celle di compostaggio. Ma gli impianti funzionano e producono compost di buona qualità. E’ un bel passo avanti verso il concetto di “economia circolare”.

Ovviamente, gli impianti di compostaggio non possono riciclare la plastica ordinaria, quella prodotta con i combustibili fossili. Per quella esiste un’altra filiera separata, ma con grossi limiti pratici. Un problema è che non riusciamo a riciclare più del 25%della plastica in commercio. E siccome si parte da materiali non rinnovabili, non è veramente un ciclo: la plastica la possiamo riutilizzare solo una volta, forse due, ma non di più. Alla fine, deve andare per forza all’inceneritore, in discarica, oppure dispersa nell’ambiente, da dove poi ce la ritroveremo nel piatto in forma di microscopiche particelle. Per non parlare dei danni in termini di riscaldamento globale: la maggior parte di questa plastica finirà per diventare CO2 addizionale nell’atmosfera. Ed è una quantità enorme: circa 380 milioni di tonnellate di plastica prodotte nel mondo tutti gli anni.

L’unica soluzione che abbiamo trovato sembra che sia la magica parola “bioplastica”. Infatti, qualcuno ha annusato l’affare e la bioplastica sta invadendo il mercato, in particolare quello degli usa e getta. Ma, a parte che la bioplastica costa cara e produrla su larga scala andrebbe a intaccare la produzione alimentare, questa roba non è pensata per gli impianti di compostaggio esistenti, perlomeno non nei tempi di processo attuali.

A parte i sacchetti del supermercato, che sono abbastanza sottili da essere compostabili, il resto è un problema: una forchetta di bioplastica non è la stessa cosa di un gambo di carciofo o una foglia di insalata. Piatti, bicchieri, bottiglie e altri oggetti in bioplastica rimangono in gran parte interi o si frammentano in micropezzetti che rendono il compost inutilizzabile. E’ un notevole danno, sia economico sia per la salute di tutti.

Ovviamente, i produttori di bioplastica si sono affrettati a difendere il loro mercato facendo notare che in Italia già esiste qualche impianto in grado di compostare la bioplastica. Certo, è possibile, ma bisogna pensare a una nuova filiera specifica, tutta da costruire. Sarebbe un’ulteriore complicazione del sistema di gestione dei rifiuti, un maggiore impegno per i cittadini, e nuovi investimenti i cui costi vanno necessariamente a ricadere sulla comunità.

Siamo sicuri di voler fare una cosa del genere? Non sarebbe tanto più semplice andare alla fonte, ovvero ridurre la quantità di plastica e di bioplastica che entra nel mercato? Questo si può fare per via legislativa a costo zero o quasi, evitando perlomeno gli sprechi più evidenti. Ovviamente, non si può abolire completamente la plastica per tante ragioni ma, per una volta, potremmo pensare a semplificarci la vita invece che a renderla più complicata.

Nel frattempo, c’è poco da fare: la bioplastica che non è in forma di sacchetti sottili va messa nel bidone dell’indifferenziato da dove poi finirà in discarica o all’inceneritore. Quindi, meglio di tutto, non usatela o usatene il meno possibile.

 

Accordo commerciale CETA: le lobby canadesi dell’agribusiness attaccano l’Italia e impongono regole

Vogliono cancellare l’origine del grano in etichetta, facilitare l’OGM e proteggere il glifosato. La Campagna Stop TTIP/CETA replica: “Cosa aspetta il Parlamento a bocciare questo accordo tossico?”

11 giugno 2019

ROMA – L’Italia è nel mirino dell’associazione internazionale delle aziende agrochimiche (CropLife) per le misure di etichettatura di origine del grano, la diffidenza verso il glifosato e il divieto di OGM. E il trattato di liberalizzazione commerciale UE-Canada (CETA) è visto come il cavallo di Troia per far saltare norme fortemente volute dai consumatori a tutela della salute e delle produzioni locali.
L’attacco diretto alla legislazione italiana ed europea in materia di agricoltura e cibo è contenuto in un dossierscritto a quattro mani dalla Camera di Commercio canadese e da CropLife Canada, che mette in fila tutti quegli ostacoli al libero commercio che le multinazionali del settore vorrebbero rimuovere attraverso il trattato commerciale con l’Unione europea.

“Barriere da radere al suolo”. All’Italia viene dedicata un’intera pagina del report, per criticare le regole di tracciabilità in etichetta dell’origine delle farine, il bando degli OGM per uso alimentare e i limiti di residui di pesticidi nel grano duro. Tutte “barriere non tariffarie”, secondo gli estensori, e come tali da radere al suolo attraverso un lavoro certosino da svolgere nel controverso comitato per la cooperazione regolatoria istituito dal CETA. Nel documento, la Camera di Commercio canadese spiega infatti con chiarezza che “uno dei punti di forza del CETA è la struttura istituzionale creata dall’accordo, che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio”.

Etichettare il grano “è stato disastroso” per i canadesi. L’etichettatura di origine del grano, in quest’ottica, ha avuto un impatto definito “disastroso” per l’export canadese, crollato dai 557 milioni di dollari canadesi del 2014 ai 93 milioni del 2018. La misura – si legge nel documento – è stata introdotta “per chiare ragioni protezionistiche” dall’allora ministro Martina, criticato perché “non è stata assunta per gli interessi dei consumatori, ma piuttosto per proteggere il mercato interno”. Si sostiene che l’etichettatura sia stata promossa da “attivisti che amplificano informazioni errate su presunti residui di glifosato nelle esportazioni canadesi”. Per questo, Tuttavia, “è vitale dare un segnale preciso per risolvere questo problema e respingere il protezionismo”.

“Attacchi che dovrebbero far riflettere”. “Fa sorridere che l’ex Ministro Martina, gran tifoso del CETA e di tutti i trattati di libero scambio, venga tacciato di protezionismo – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna StopTTIP/CETA – Ma questi attacchi dovrebbero far riflettere chi oggi ricopre incarichi di governo e ha promesso in tutte le sedi che avrebbe contrastato simili accordi. Dall’altra parte dell’Atlantico si apprestano ad utilizzare il CETA come grimaldello per scardinare norme che aiutano i nostri agricoltori e proteggono i consumatori. È inaccettabile. Questo Parlamento deve mobilitarsi immediatamente per bocciare il trattato e riaprire una discussione seria in Europa su una globalizzazione selvaggia, promossa da un manipolo di poteri forti che calpesta la volontà dei cittadini e l’interesse generale”.

Alcuni passaggi inquietanti del dossier. Il dossier contiene altri passaggi inquietanti: le aziende riunite sotto l’ombrello di CropLife Canada criticano la stretta europea ai residui dei pesticidi, raggiunta dopo potenti campagne di denuncia svolte dalle organizzazioni della società civile. Anche questo timido passo avanti nella riduzione della chimica in agricoltura sarebbe da annoverare fra le “barriere al commercio ingiustificate che non offrono alcun livello superiore di sicurezza per i consumatori”. Da qui l’invito di usare a fondo le possibilità del CETA perché vengano risolti i “disallineamenti” sui residui minimi di pesticidi, poiché “la scienza ha bisogno di essere depoliticizzata, facilitando il rapporto diretto tra i regolatori per costruire una maggiore fiducia”. Un’intera pagina spiega poi come il comitato istituito dal CETA per dialogare sulle biotecnologie sarà fondamentale, perché i prodotti canadesi contaminati da OGM vecchi e nuovi “non siano buttati fuori dal mercato europeo”.

La presa sulle istituzioni scientifiche. “Con metà degli esperti dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare in conflitto di interessi e le valutazioni del rischio copiate e incollate dalle veline della Monsanto, questi signori puntano il dito contro la società civile chiedendo che la scienza venga depoliticizzata – chiosa Monica Di Sisto – In realtà cercano soltanto di conservare la presa sulle istituzioni scientifiche a cui è affidato il processo di autorizzazione delle loro sostanze tossiche e del loro cibo frankenstein. Bocciando il CETA possiamo dare una lezione a queste lobby spregiudicate: il Parlamento si attivi subito”.

Con buona pace della sovranità e della libera concorrenza. Per finire, la lobby dell’agroindustria chiede che nei comitati segreti del CETA vengano ammessi osservatori statunitensi, in modo da aiutare il dialogo verso un’armonizzazione maggiore del sistema di regole europeo con quello americano. Da leggere, a questo proposito, le 6 risposte a chi difende il TTIP. “Mentre ripartono i negoziati USA-UE per un nuovo TTIP, anche il CETA diventa un utile strumento per rivedere, lontano dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, i pilastri su cui di architetture normative che si richiamano al principio di precauzione. Con buona pace della sovranità degli Stati europei e della concorrenza leale.