Just another GAS in the world

…ma se anche  i rapporti tra le persone diventassero BIO=UMANI ?!?!

LETTERA  DI UN’IMMIGRATA AFRICANA

«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce, poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…
Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.
Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.

È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.
La vedo già storcere il muso. È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?
Sono fatti suoi, invece.
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.
Lo avete fatto con protervia e ferocia. La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori. Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.
L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…
Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’era posto per dormire, dell’ acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.
Ancora una volta, la pacchia l’ avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.
Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro»

(Fonte: Raiawadunia.com, pubblicato su Famiglia Cristiana)

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Ridurre gli imballaggi…

…sembra facile!! Ma per un piccolo produttore è un’impresa!

Luca di Officina Naturae ,che produce per noi i detervivi,ci racconta cosa hanno fatto e cosa stanno facendo:

Ogni volta che si affronta il discorso imballaggi è per noi una spina nel cuore! E’ una spina perchè siamo,senza ombra di smentita, l’azienda che ha più investito nella reale ricerca della riduzione degli imballaggi, ma non è facile trovare un giusto equilibrio tra sostenibilità ambientale ed economica!

Piccola cronistoria sulle buste ricarica, che utilizzavamo già nel 2009, quando erano praticamente sconosciute ai più. Avevamo modificato la nostra macchina confezionatrice per poter riempire le buste, visto che la linea di riempimento apposita sarebbe costata circa 30.000 euro! Con questa modifica però il riempimento risultava lento, con un aumento del costo finale di manodopera , di cui ci facemmo carico per contenere il prezzo di vendita del prodotto.

Il tipo di imballaggio era subito piaciuto ai gas, noi purtroppo ci dovemmo far carico anche delle frequenti rotture causate dai corrieri, che lanciavano le scatole facendo esplodere le buste e danneggiando i prodotti in spedizione.

Dopo due anni ci capitò una fornitura di buste difettose che, a distanza di poche settimane dal riempimento, si aprirono tutte. Perdemmo più di 6.000 litri di prodotto, oltre a cartoni, etichette, nastro, pallet, ecc, inoltre dovemmo sopportare il costo di una ditta specializzata per la bonifica del capannone. Una perdita di 24.000 euro, solo in parte risarcita dal fornitore dopo una causa.”

Al tempo non c’erano altri fornitori disposti a fornire poche centinaia di buste, tutti chiedevano ordini minimi di 50.000 pezzi. Per questi motivi smettemmo nostro malgrado di utilizzarle.

La sostenibilità delle buste è legata alla loro dimensione in fase di trasporto, quando sono vuote (poco spazio occupato = meno volume e meno inquinamento per il trasporto). Non più tardi del mese scorso siamo andati a Ecomondo per parlare con la Corepla (Consorzio per la raccolta, riciclaggio e recupero degli imballaggi) e ci hanno confermato che le buste in plastica flessibile non sono riciclabili e devono essere immesse nell’indifferenziato. Questo anche per dire che continuiamo a rimanere aggiornati su possibili soluzioni.

Siamo poi passati al BaginBox, quella scatola di cartone con dentro una busta con rubinetto. Qui i problemi sono stati il costo dell’imballaggio (circa 4 volte maggiore rispetto a una tanica in plastica) e la macchina di riempimento, che avevamo preso a noleggio a 500 euro al mese. Dopo poco più di un anno ci comunicarono che il noleggio non era più possibile ,avremmo dovuto comprarla a 16.500 euro, e che dall’anno successivo il BaginBox sarebbe aumentato del 5%. Smettemmo così anche il BaginBox..

Ma non ci siamo fermati nella ricerca, dal 2014 siamo arrivati alla Bioplastica ricavata dalla canna da zucchero e non da petrolio. Abbiamo studiato uno stampo in ecodesign (4500 euro) che ottimizzasse gli spazi in fase di spedizione, per ridurre l’impatto dei trasporti. Acquistiamo i granuli di Bioplastica, che costa 3 volte la plasticada petrolio, e li facciamo soffiare appositamente per noi col nostro stampo. Potete solo immaginare la differenza di costo tra un flacone in plastica da petrolio, prodotto industrialmente in centinaia di migliaia di pezzi per centinaia di aziende, e il nostro flacone in Bioplastica!

Smaltire una tanica o un flacone in Bioplastica inserendoli nel recupero della plastica è un circuito virtuoso che permette il riciclo completo della plastica verde e non va a incrementare il consumo di petrolio.

Dopo questa piccola cronistoria (ho saltato altri esperimenti, come il bidoncino col sacco all’interno) potrete comprendere quanto è difficile la strada tra sostenibilità ambientale ed economica.

Ognuno di questi passaggi verso un nuovo imballaggio, ha in più un costo che non si vede direttamente, come tutte le etichette, i depliant, le foto, i listini, le comunicazioni agli enti, ecc. ecc.”

Questa lettera è stata tratta dal Notiziario di AEQUOS,la nostra cooperativa di GAS

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Il prezzo occulto del cibo

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L’uomo allunga sul tavolo la busta paga. Sul modulo Inail sono indicate cinque giornate di lavoro per un compenso totale di 229 euro. “Questo mese è andata così”, dice sconsolato, “il resto me l’hanno dato in nero”. Su un altro foglio c’è una tabella: accanto alla data, un elenco di cifre moltiplicate per due o tre centesimi di euro. “Sono i mazzetti. Il padrone mi paga a seconda di quanti ne faccio”. Parla di ravanelli, la cui raccolta è regolata da un prezzario preciso: due centesimi per ogni mazzo da dieci, tre se sono quindici.

Siamo nell’Agro Pontino, in provincia di Latina. Il nostro interlocutore – chiamiamolo Singh – è uno dei circa diecimila braccianti indiani che lavorano nei campi di quest’area resa fertilissima dalla bonifica di mussoliniana memoria. Oggi, la zona tra Sabaudia, Terracina, Fondi e Sezze è uno dei distretti agricoli più produttivi del centro Italia: distese di coltivazioni in serra e in campo aperto, che finiscono sulle tavole italiane e anche all’estero, soprattutto nell’Europa del nord. Molti degli ortaggi che troviamo in bella mostra nei supermercati – le zucchine, le melanzane, i pomodori, oltre che frutti prelibati come i kiwi e le angurie – provengono da qui. E li raccolgono i lavoratori stranieri, soprattutto indiani, ma anche romeni, marocchini e tunisini.

Gli immigrati sono ormai un elemento imprescindibile dell’Agro Pontino, così come di tutto il comparto agricolo italiano: secondo uno studio del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), dal 1989 a oggi il numero di cittadini italiani impiegati in agricoltura è diminuito di due terzi, mentre quello degli stranieri è aumentato di quindici volte.

I prodotti che raccolgono sui campi finiscono nei mercati rionali, nei piccoli fruttivendoli di quartiere e sempre di più nei punti vendita della grande distribuzione organizzata (gdo). Costano poco, a volte pochissimo. Un mazzetto di ravanelli non arriva a un euro. Lo stesso vale per le zucchine o per l’anguria, pagata pochi centesimi al chilo.

Ma quello che paghiamo quando compriamo un prodotto non tiene conto di una serie di costi nascosti: perché gran parte del comparto si regge su lavoro grigio non denunciato e su sussidi di disoccupazione illeciti pagati dallo stato, cioè da tutti noi; e perché i braccianti stranieri che lavorano in Italia spesso figurano solo parzialmente negli elenchi dei lavoratori Inps, sostituiti da finti braccianti italiani che non hanno mai messo le mani nella terra eppure beneficiano di sussidi, assegni familiari e pensioni agricole.

Un vero e proprio sistema
Torniamo a Singh. A fine giornata i mazzetti di ravanelli sono contati e lui è pagato in base alla quantità raccolta. Eppure, sulla sua busta paga mensile non compariranno i mazzetti. Figurerà invece un numero di giornate lavorate. Singh è regolarmente assunto e non compare in nessuna statistica di lavoratori irregolari in agricoltura. Se un ispettore del lavoro irrompesse nell’azienda dove lavora non avrebbe nulla da ridire: ha un contratto, ha fatto la visita medica e indossa anche gli indumenti necessari per la raccolta.

Ma alla fine del mese percepisce molto meno di quello che gli spetterebbe di diritto: “Funziona così, non c’è molto da discutere”, dice.

Quello di Singh non è un caso isolato. Potremmo anzi dire che è la prassi nel settore agricolo. Mentre il lavoro nero – cioè il numero di braccianti che non hanno un contratto di assunzione – diminuisce sempre più, anche come risultato della legge 199 del 2016 (meglio nota come legge anticaporalato) che prevede pene severissime per lo sfruttamento lavorativo, il “lavoro grigio” si diffonde e diventa un vero e proprio sistema, mettendo al riparo il datore di lavoro e, se c’è, il caporale.

Per alcune colture – come il ravanello, l’anguria, il pomodoro da industria – vige il pagamento informale a cottimo: i lavoratori sono pagati a cassone, mazzetto, quintale, ma il loro salario è conteggiato a giornata. Per altre colture, effettivamente pagate a giornata, vige invece una sorta di “salario di piazza”, cioè una paga inferiore a quella prevista dal contratto, ma che è informalmente accettata dalle parti.

Il trucco
Come fanno i datori di lavoro a segnare meno giornate di quelle lavorate e sfuggire ai controlli? Il trucco è che in agricoltura le giornate non sono dichiarate all’Inps contestualmente a quando sono lavorate, ma a posteriori, con il modulo della dichiarazione di manodopera agricola, Dmag, compilato trimestralmente (da gennaio 2019 dovrà essere fatto mensilmente, ma sempre a posteriori).

In pratica, il lavoro che tu fai oggi, è dichiarato dopo tre mesi. Quindi, se in quel frangente di tempo arriva un controllo dell’ispettorato, l’imprenditore potrà mostrare il contratto di lavoro – che comunque segnala solo indicativamente quante sono le giornate di lavoro previste – e dimostrare che è tutto in regola. In teoria. In pratica l’imprenditore segna il numero di giornate che ritiene opportuno, in base al salario informale imposto o concordato con i braccianti. Oppure, nel caso del cottimo, in base alla quantità effettivamente raccolta.

Nelle grandi aziende agricole, gli uffici amministrativi fanno uso di varie tabelle di conversione che trasformano le ore lavorate o i cassoni/mazzetti/casse raccolti in giornate secondo il contratto provinciale. Sono queste le tabelle mostrate da Singh. A lui non sono tanto chiare quelle operazioni: l’unica cosa che sa è che ogni mazzo è pagato due o tre centesimi, e che a fine giornata se è stato veloce è riuscito a guadagnare una trentina di euro. Alla somma guadagnata per questo lavoro a cottimo, il bracciante aggiunge poi la disoccupazione agricola, corrisposta in un’unica soluzione l’anno successivo.

La disoccupazione, infatti, è il grimaldello che rende il meccanismo accettabile per tutti. Perché parte di quello che l’operaio agricolo non percepisce dal datore di lavoro lo ottiene l’anno dopo dallo stato. “Si tratta di un sistema diventato prassi comune, approvato dagli stessi lavoratori. Nessuno vuole essere assunto a tempo indeterminato, perché perderebbe l’accesso alla disoccupazione, che è un’importante integrazione del reddito”, confida un imprenditore della zona, che preferisce rimanere anonimo.

Poiché la disoccupazione agricola è erogata in base al numero di giornate lavorate ed è tanto più vantaggiosa quanto più ci si avvicina alle 180 giornate – superate le quali comincia invece a diminuire – tutti accettano e a volte richiedono esplicitamente di vedersi registrate un numero di giornate inferiore a quel numero. L’importo della somma è variabile, ma può raggiungere anche i quattromila euro all’anno.

“È un segreto di Pulcinella. Lo stato integra il salario del lavoratore e permette al datore di lavoro di risparmiare. Tutti sono contenti”, continua l’imprenditore.

La politica dei bassi prezzi non dà benefici a nessuno degli attori della filiera

Così a fine anno, il salario complessivo del bracciante è il risultato della somma di tre voci: quella delle giornate segnate in busta paga, la quota data in nero dal datore di lavoro e la disoccupazione agricola.

Basta analizzare le tabelle provinciali Inps sul numero di persone impiegate in agricoltura per trovare la plastica conferma che si tratta di un meccanismo diffuso: nella provincia di Latina gli operai agricoli assunti a tempo determinato nel 2017 erano 19.330, mentre quelli con contratti a tempo indeterminato erano 3.478.

Tra i primi, la quasi totalità ha un numero di giornate registrate inferiore a 180. Una circostanza apparentemente sorprendente in un territorio dove quella agricola non è un’attività stagionale, ma è svolta tutto l’anno, con una pausa di massimo un mese nel periodo estivo più caldo.

L’imprenditore che preferisce non rivelare il proprio nome ammette che il sistema è disfunzionale. Ma aggiunge: “Io sarei ben felice di pagare i salari previsti dai contratti provinciali, ma se lo facessi chiuderei il giorno dopo, perché non riuscirei a starci dentro con i costi. I contratti non tengono conto di quanto pagano il prodotto gli acquirenti, in particolare la grande distribuzione organizzata”.

Le responsabilità della grande distribuzione
Le insegne dei supermercati, diventate negli ultimi anni il principale canale di vendita, tendono a pagare sempre meno i prodotti agricoli, generando disfunzioni lungo tutta la filiera. “La discussione sul lavoro in agricoltura e sui bassi salari non è mai inserita in un’ottica più ampia che analizza le cause di questi deplorevoli fenomeni. Si parla tanto di caporalato, di sfruttamento ma raramente si analizza la scarsa valorizzazione del prodotto ortofrutticolo che penalizza la parte agricola”, sottolinea Gennaro Velardo, presidente di Italia Ortofrutta, unione di produttori agricoli molto impegnata nella valorizzazione delle produzioni.

“La politica dei bassi prezzi non dà benefici a nessuno degli attori della filiera. Anzi, sta erodendo il valore dell’ortofrutta agli occhi del consumatore. I produttori che gestiscono una merce altamente deperibile sostenendone tutti i costi certi della produzione sono la parte debole della filiera, hanno difficoltà a fare reddito e a coprire i costi di produzione, dati di fatto questi che determinano una iniqua distribuzione del valore lungo la filiera”, aggiunge Velardo.

Gli operatori agricoli, schiacciati dalle imposizioni della grande distribuzione organizzata, tendono a rifarsi sugli anelli più deboli della filiera, in particolare sui braccianti. Risparmiano sul lavoro – e addossano parte dei costi di manodopera sullo stato, che non percepisce parte dei contributi e paga disoccupazioni non dovute. In una specie di gigantesca partita di giro, il cibo venduto ai consumatori ha un prezzo basso, ma è di fatto sovvenzionato da loro stessi attraverso sussidi non dovuti.

Nella piana del Sele
Questo sistema è talmente diffuso e strutturato che colpisce anche distretti agricoli a più alta redditività, come quello della piana del Sele, in provincia di Salerno. Con i suoi settemila ettari di serre sparsi tra Eboli, Battipaglia e Pontecagnano, questa zona è diventata il principale polo produttivo della “quarta gamma”, l’insalata in busta pronta al consumo e sempre più diffusa nei supermercati.

Il prodotto non è venduto a prezzi bassi: le busta di lattuga o di rucola da cento grammi costa almeno un euro, cioè l’equivalente di dieci euro al chilo. Grazie alla valorizzazione del prodotto, le realtà agricole della zona, hanno fatturati importanti. Alcune hanno creato impianti di lavaggio e imbustaggio dei prodotti raccolti. Altre li vendono a grandi gruppi del nord o all’estero.

Eppure, l’organizzazione del lavoro segue le stesse dinamiche dell’Agro Pontino. I lavoratori – anche qui prevalentemente indiani e marocchini – sono assunti a tempo determinato e hanno buste paga in cui è registrato un numero di giornate inferiore a quelle lavorate. Il resto è pagato in parte al nero, in parte attraverso la disoccupazione agricola, che compensa anche in questo caso il mancato guadagno.

Un bracciante indiano va al lavoro in bici, Sabaudia, luglio 2015. - Maria Feck, Laif/Contrasto

Un bracciante indiano va al lavoro in bici, Sabaudia, luglio 2015. (Maria Feck, Laif/Contrasto)

“Il lavoro grigio è diffuso nell’intero settore produttivo. Aziende di diverse dimensioni e tutti gli stranieri occupati nel settore ne sono interessati: la consuetudine del lavoro grigio è la caratteristica strutturale di ampia parte dell’agricoltura italiana”, sottolinea Gennaro Avallone, ricercatore all’università di Salerno e autore del libro Sfruttamento e resistenze: migrazioni e agricoltura in Europa, Italia, Piana del Sele. “Il lavoro grigio consente di aumentare i profitti, ma anche di tenere costantemente il bracciante in una situazione di ricatto, perché soggetto al rinnovo del contratto necessario per rinnovare anche il permesso di soggiorno”.

In una casupola vicino a Pontecagnano dove vive insieme a quattro suoi connazionali, un bracciante indiano mostra le sue buste paga. Sono identiche a quelle del connazionale che vive e lavora nell’Agro Pontino, salvo che qui non sono indicate le tabelle di conversione. Sventola quella di settembre: sono segnati 12 giorni. “Ma io ho lavorato tutto il mese!”.

Keetan, il nome è di fantasia, sottolinea che una parte gli viene data in contanti – cioè in nero – e che poi ogni anno ottiene la disoccupazione agricola. “Ma con questo reddito non raggiungo la cifra necessaria per attivare il ricongiungimento familiare e far venire qui mia moglie e i miei figli”.

Gli imprenditori della zona interpellati in proposito ammettono tutti – anche se in forma rigorosamente anonima – l’esistenza del lavoro grigio. Alcuni minimizzano, altri sostengono che volentieri farebbero le assunzioni a tempo indeterminato, ma che nessuno dei lavoratori accetterebbe. “Bisognerebbe abolire la disoccupazione agricola per mettere ordine nel sistema!”, dice provocatoriamente uno di loro.

Cambiare il sistema
Alla sede centrale dell’Inps hanno ben chiare le dimensioni del fenomeno. “In vaste aree del paese, l’agricoltura è soggetta a un forte grado di opacità nell’erogazione dei sostegni pubblici”, dice il presidente Tito Boeri, mostrando una serie di tabelle e di documenti che già nel 2015 aveva portato all’attenzione delle commissioni riunite lavoro e agricoltura della camera dei deputati.

“Bisognerebbe cambiare il sistema di registrazione delle giornate e il modo in cui è conteggiata ed erogata la disoccupazione agricola, adeguandola a quella di altri comparti, per i quali vige la nuova assicurazione sociale per l’impiego (un sussidio di disoccupazione pagato su base mensile, ndr)”, continua Boeri.

Oggi la disoccupazione agricola è corrisposta in un’unica soluzione l’anno successivo a quello in cui si è lavorato ed è versata anche se in quel momento si sta lavorando. Si tratta quindi non tanto di un sussidio – giustamente previsto per compensare le stagioni in cui in cui in agricoltura non si lavora – ma di una vera e propria integrazione del reddito.

I finti braccianti
Al danno erariale causato dalle disoccupazioni non dovute e dalla mancata denuncia delle giornate lavorate si aggiunge poi la beffa dei finti braccianti, operai agricoli che non lavorano sulla terra ma percepiscono sussidi e assegni familiari. “I due temi si intrecciano. In alcune aree del paese c’è una coesistenza di lavoro svolto ma non dichiarato e di lavoro fittizio, mai svolto ma dichiarato per beneficiare di sussidi”, sostiene Boeri.

Nelle provincia di Foggia l’esistenza dei finti braccianti non è un segreto per nessuno. “Io vorrei assumere italiani, ma non li riesco a trovare. Eppure, nelle liste Inps ce ne sono migliaia”, si indigna Raffaele Ferrara, presidente dell’organizzazione dei produttori La Palma, che coltiva duecento ettari a pomodoro nella zona di Lesina. “Quello dei finti braccianti è uno scandalo che grida vendetta. Ma nessuno fa nulla”. Nei campi di pomodoro – e in quelli di asparagi, finocchi, carciofi – si vedono solo stranieri.

Eppure nella provincia di Foggia su 49.868 braccianti agricoli registrati nel 2017 il 58 per cento (29.143) è di nazionalità italiana, percentuale che raggiunge il 74 per cento se si considerano solo i braccianti che hanno avuto segnate più di 51 giornate, ossia il numero minimo per accedere agli ammortizzatori sociali. Dove sono tutti questi operai agricoli? “A casa a grattarsi la pancia”, scherza Ferrara.

Sulla rivista “JAMA Internal Medicine” è comparso uno studio scientifico che indaga la possibilità che il consumo di cibo biologico modifichi il rischio di ammalarsi di cancro.

Chi vuole leggere tutto il lavoro può cliccare su questo link  >>Association of Frequency of Organic Food Consumption With Cancer Risk<< 

Chi si accontenta di un riassunto:           Lo studio si intitola associazione tra frequenza del consumo di cibo biologico e rischio di cancro. Lo studio è stato pubblicato su Jama che è una delle riviste più importanti insieme ad altre due a livello internazionale in campo medico. E’ uno studio francese partito nel 2009 che ha analizzato i consumi di 68946 persone.

A queste persone è stato somministrato un questionario che andava a indagare i consumi di cibo biologico di 16 tipi di prodotti: frutta, ortaggi, prodotti a base di soia, prodotti di latteria, carne, pesce, uova, cereali e legumi, pane, farina, oli vegetali e condimenti, cibi pronti, caffè e the, vino, biscotti, cioccolato, zucchero, marmellata, altri cibi.

La frequenza dei consumi è stata poi indagata chiedendo di indicare quanto frequentemente si consumavano questi cibi divisi in 8 categorie:  la maggior parte del tempo, occasionalmente, mai perché è troppo costoso, mai perché prodotto non disponibile, mai perché non sono interessato al cibo biologico, mai perché evito questi prodotti, mai senza nessuna ragione, non lo so. E’ stato quindi assegnato un punteggio di 2 per la scelta “ la maggior parte delle volte”  è 1 punto per la scelta “occasionalmente”. Si è quindi costruito un punteggio da 0 a 32 punti.

Come verifica sono stati poi registrati i consumi di 3 giorni di ogni singolo partecipante lungo un periodo di due settimane che includessero due giorni feriali e uno festivo, andando a misurare peso e/o volume del consumato.

Sono stati ovviamente registrati tutti i dati di malattie pregresse, età, genere, stato occupazionale,  livello di istruzione, stato civile, numero di figli, fumo e rilievi antropometrici; questo per escludere che ci  potessero essere altri fattori aggiuntivi sul rischio di cancro e verificare l’omogeneità del campione statistico.

La media di follow up è stata di 4 anni e mezzo, il 78% dei partecipanti sono state femmine e l’età media è stata di 44 anni. Durante il follow up è stata riscontrata la diagnosi di cancro in 1340 casi di cui 34% cancro alla mammella, 13% cancro alla prostata, 10% cancro alla pelle, 7,4% cancro colon rettale, 3,5% linfoma non Hodgkin.

I maggiori consumatori di cibi biologico sono stati femmine con un elevato status occupazionale e un elevato livello di istruzione.

La popolazione è stata quindi divisa in quattro gruppi di consumatori di cibo biologico a seconda dello score ottenuto (da 0 a 32) con una media di 0.72 per il primo gruppo, 4.95 il secondo gruppo, 10.36 per il terzo gruppo, 19.36 per il quarto gruppo.

Nel confronto tra la popolazione del quarto gruppo è la popolazione del primo gruppo è stato riscontrato un significativo minor rischio di sviluppo di cancro (delle tipologie citate); il campione è stato normalizzato per età genere stato occupazionale livello di istruzione e tutti quei criteri citati in precedenza.

Lo sanno tutti  ma nessuno VUOLE intervenire , ci sono le leggi ma restano inapplicate. Non basta più la denuncia. Serve un boicottaggio attivo della GDO  che denunci i guasti al comparto agro-alimentare italiano , non solo quando si è in presenza di queste tragedie che,quando vengono raccontate,vengono rapidissimamente dimenticate,e le promesse dei governanti restano lettera morta.

Dal sito dell’ANSA l’8 agosto 2018 si leggeva:
Il giorno dopo la morte di 12 braccianti agricoli, tutti immigrati, nell’incidente stradale avvenuto sulla statale 16, nei pressi di Lesina,il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sono arrivati a Foggia. “La bussola di questo governo – anche nell’approccio che abbiamo avuto nei confronti dell’immigrazione – è quella di garantire la dignità della vita e la dignità del lavoro. Per quanto riguarda il fenomeno del caporalato dobbiamo rafforzare gli strumenti di controllo e prevenzione e introdurre misure di sostegno al lavoro agricolo di qualità“: così su Facebook il premier Conte raccontando le ragioni della sua visita a Foggia.

Salvini ai migranti: ‘Aiutiamoci’ – Vertice in prefettura a Foggia convocato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, dopo i due incidenti in cui, sabato scorso e lunedì, sono morti complessivamente 16 braccianti agricoli stranieri. Il vertice con il ministro Salvini segue l’incontro, sempre in prefettura, con il premier Giuseppe Conte. Sia il ministro sia il premier hanno incontrato una delegazione di migranti. Ai giornalisti è stato concesso di entrare nella stanza in cui si tiene la riunione solo per alcuni minuti e per scattare alcune foto. In questo frangente Salvini, parlando con i migranti ha detto loro “aiutiamoci reciprocamente”. Poi il vicepremier e i migranti hanno fatto alcune foto insieme.

La lotta alla mafia e allo sfruttamento è una priorità mia e del governo. Useremo tutte le armi a disposizione per non far nuocere questi delinquenti”, ha detto Salvini al termine del Comitato per l’ordine e la sicurezza a Foggia. “Svuoteremo progressivamente i ghettinon è possibile che in una società avanzata esistano dei ghetti“, ha aggiunto il ministro dell’Interno a Foggia sottolineando che si sta già lavorando e sono a disposizione “alcuni milioni di euro per superare la fase emergenziale”. “Dobbiamo inoltre aggredire – ha aggiunto – i patrimoni dei mafiosi che campano con il caporalato”. “Ho detto ai ragazzi sfruttati che hanno voglia di reinserirsi e lavorare regolarmente sul nostro territorio, che il ministro dell’Interno è al loro fianco. E sono contento che la comunione di intenti sia totale”. Salvini ha anche incontrato una delegazione di migranti.

Si indaga anche per verificare se fossero nelle mani dei caporali i 12 bracciati agricoli: lo rende noto all’ANSA il procuratore della Repubblica di Foggia Ludovico Vaccaro che coordina le indagini avviate in riferimento agli incidenti stradali che hanno provocato nel Foggiano, in poco più di 48 ore, la morte di 16 braccianti agricoli immigrati.

“Sono state avviate due distinte indagini – ha precisato Vaccaro – una riguarda l’incidente stradale, per capire la dinamica e tutto ciò che può averlo causato, anche se c’è da dire che in entrambi i casi sono morti i due autisti dei pullmini sui quali erano stipati i poveri migranti. L’altra indagine è stata avviata sul caporalato”. “Stiamo cercando di individuare – aggiunge il procuratore – le aziende in cui hanno lavorato gli immigrati per verificare anche le eventuali condizioni disumane in cui lavoravano. Si stanno verificando gli orari, per vedere da che ora a che ora hanno lavorato, capire se c’è stato sfruttamento ed intermediazione”.

“Questa povera gente ha avuto problemi anche per trovare posto in ospedale. Sono dovuto intervenire personalmente per far sì che venissero trovati posti sia a Foggia che in altri ospedali della provincia”. Lo racconta all’ANSA il procuratore della Repubblica di Foggia Ludovico Vaccaro, che parlando dei feriti degli incidenti stradali che hanno provocato nel Foggiano, in poco più di 48 ore, la morte di 16 braccianti agricoli immigrati, pone l’accento su un problema sul quale è dovuto intervenire personalmente per evitare una situazione a dir poco incresciosa. “Io credo – ha aggiunto Vaccaro – che ci sia bisogno di interventi straordinari per risolvere una situazione divenuta tragica, insostenibile. Non è possibile assistere ad uno scempio del genere, sulla pelle di povere persone che vengono qui con la speranza di poter migliorare le loro condizioni di vita”.

LUNEDI’ 6 AGOSTO – Erano in 14, probabilmente viaggiavano in piedi, stipati in un furgoncino bianco con targa bulgara che poteva trasportare al massimo otto persone e che si è capovolto sull’asfalto dopo lo schianto: una scena apocalittica, con i corpi straziati tra le lamiere. Dodici i morti, tre i feriti. Le vittime sono tutti braccianti agricoli extracomunitari che tornavano da un’altra dura giornata di lavoro nelle campagne del Foggiano. L’impatto tra il pulmino ed un tir che trasportava un carico di farinacei, è avvenuto sulla statale 16, all’altezza dello svincolo per Ripalta, nel territorio di Lesina, nel Foggiano.

Sale così a 16 il numero dei morti che si contano in due incidenti stradali avvenuti a poco più di 48 ore di distanza l’uno dall’altro e che mostrano drammaticamente, per una tragica fatalità, le stesse modalità e circostanze. Solo sabato scorso, allo stesso orario, le 15.30, altri quattro braccianti nordafricani che erano a bordo di un pulmino bianco sono morti nell’impatto con un tir carico di pomodori, sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri. Quattro i feriti, anche loro migranti, che sono ricoverati in gravi condizioni in ospedale. Su questo incidente, che ha mobilitato tutte le sigle sindacali, si indaga per caporalato, per verificare, cioè, se le vittime fossero nelle mani di caporali. La stessa indagine potrebbe ora riguardare anche l’incidente stradale di lunedì. Sembra che il furgone con a bordo i migranti stesse procedendo verso San Severo quando l’autista, forse a causa di un colpo di sonno o forse per un malore, avrebbe perso il controllo del mezzo che ha invaso la corsia opposta, scontrandosi frontalmente con il tir carico di farinacei che viaggiava in direzione opposta. Dodici braccianti sono morti sul colpo. I tre feriti, tra cui anche l’autista del camion, sono stati ricoverati nell’ospedale di San Severo: nessuno di loro è in pericolo di vita. Per estrarre le vittime dalle lamiere i vigili del fuoco hanno fatto intervenire una gru. Sul posto anche i carabinieri, la polizia stradale e ambulanze del 118. Anche in questo caso, come già si è verificato sabato scorso, le vittime non avevano documenti di riconoscimento e la loro identificazione richiederà tempo.

E’ probabile, così come è stato accertato per le vittime di sabato, che il furgone carico di migranti, per lo più africani, stesse rientrando nel Ghetto di Rignano, sgomberato nel 2017 e dove in realtà ne è già sorto un altro, con circa 600 roulotte. L’Aula del Senato ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime. Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha annunciato che saranno avviate tutte le procedure per un aumento del numero degli ispettori contro la piaga del caporalato. E il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha detto che chiederà controlli a tappeto per combattere sfruttamento e caporalato.

Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, è convinto che “si può, si deve fare qualcosa e subito” e precisa che la Regione ha stanziato le risorse per garantire un trasporto più sicuro dei lavoratori dell’agricoltura. “Ma per predisporre un servizio di trasporto pubblico – dice – è necessaria la collaborazione delle aziende agricole che, con la massima trasparenza, devono farne richiesta comunicando numero di lavoratori, orari di lavoro, tragitti di percorrenza. Questo non avviene mai, non è mai avvenuto sino ad oggi”.

 

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Il seguente articolo è tratto da

 

 

I Paesi membri dell’Ue, inclusa l’Italia, hanno approvato a larga maggioranza, con le sole astensioni di Germania e Lussemburgo, il regolamento esecutivo sull’indicazione in etichetta dell’origine dell’ingrediente principale degli alimenti, come il grano per la pasta o il latte. Le norme specificano le modalità con cui i produttori saranno obbligati a fornire informazioni sull’origine in etichetta quando il luogo di provenienza dell’alimento è indicato o anche semplicemente evocato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario. Ad esempio, come riporta Il Salvagente, se un pacco di pasta lavorata in Italia riporta il tricolore dovrà indicare se l’origine del grano è estera, se cioè “l’ingrediente prevalente” proviene da altro paese. Così come un salume dovrà specificare l’origine della carne suina proviene dalla Germania o dalla Polonia e sulla confezione si fa riferimento con “segni, simboli” all’italianità del prodotto.

Il regolamento lascia molta flessibilità sulla portata geografica del riferimento all’origine (da ‘Ue / non Ue’, fino all’indicazione del paese o della regione), non si applica ai prodotti Dop, Igp e Stg, né quelli a marchio registrato. Inoltre, le norme previste non si allineano pienamente a quelle italiane di recente approvazione su pasta, riso, latte (come prodotto e come ingrediente) e prodotti del pomodoro.

“La Commissione Europea ha perso l’occasione per combattere il fake a tavola con una etichetta trasparente che indichi obbligatoriamente l’origine degli ingredienti impiegati in tutti gli alimenti”, afferma la Coldiretti dichiarandosi nettamente contraria all’approvazione del Regolamento europeo. “La Commissione ha scelto un compromesso al ribasso che favorisce gli inganni e impedisce scelte di acquisto consapevoli per i consumatori europei”.

Dura la presa di posizione anche di Federconsumatori che definisce “assolutamente incomprensibile e inaccettabile” la linea adottata dai rappresentanti italiani nelle istituzioni europee in merito al regolamento. “È gravissimo che a livello europeo venga approvato, per di più con il voto del nostro Paese, un testo che in sostanza autorizza informazioni incomplete e non trasparenti che minano il fondamentale diritto all’informazione, alla trasparenza e alla sicurezza alimentare”, dichiara Emilio Viafora, presidente di Federconsumatori.

L’associazione ricorda che più volte era stato chiesto all’Unione Europea di rendere omogenee le disposizioni in materia di etichettatura in tutti gli Stati membri “ma non pensavamo certo che per farlo venissero cancellati gli obblighi già esistenti invece di imporne di nuovi laddove necessario”.

“Si tratta di un regolamento che non tutela il consumatore e non fornisce adeguate garanzie in fatto di trasparenza sull’origine degli alimenti”, rincara la dose Carlo Rienzi di Codacons. “Le norme introducono una flessibilità eccessiva che impedirà ai cittadini di conoscere la reale provenienza delle materie prime al momento dell’acquisto per una moltitudine di prodotti”.

“Ciò che realmente serviva era un regolamento rigido, sulla scorta della normativa introdotta di recente in Italia per pasta, riso, formaggi, ecc., che obbligasse in modo certo e definitivo i produttori ad indicare il paese di origine delle materie prime. In tal senso il regolamento Ue non solo è insoddisfacente, ma rappresenta un passo indietro nella battaglia per la trasparenza alimentare”, conclude il presidente di Codacons.

L’articolo che segue è di di Paola Somma ed è tratto da Comune-info logo

Paola Somma è Urbanista, già docente allo Iuav di Venezia è autrice di diversi libri tra cui Mercanti in fiera e Benettown (Corte del fontego):

I vertici della società francese Veolia hanno reagito furiosamente alla decisione con la quale il governo del Gabon, il 16 febbraio, ha annullato la concessione per la produzione e distribuzione di acqua ed energia elettrica, ed hanno dichiarato di voler intraprendere azioni legali contro il “brutale esproprio” e per aver indietro “quello che ci spetta di diritto”.

È quindi iniziato uno scambio di accuse che, al di là delle ragioni di merito, mostra in modo esemplare come le attività predatorie delle multinazionali nei paesi africani siano pianificate, organizzate e realizzate dagli investitori internazionali con la complicità delle autorità locali.

Decisa nel 1997, la privatizzazione dell’acqua e dell’elettricità in Gabon, e la relativa concessione ventennale accordata a Veolia (allora denominata Vivendi), è la prima privatizzazione di un servizio di pubblica utilità realizzata nell’Africa a sud del Sahara.
I termini dell’accordo furono studiati e messi a punto da IFC International Finance Corporation, la branca della Banca mondiale che si occupa di fornire consulenza e “aiutare i paesi in via di sviluppo” a privatizzare le infrastrutture e i servizi ai cittadini.
Non stupisce, perciò, che nei rapporti degli esperti finanziari l’attività della SEEG Societé d’energie et d’eau au Gabon venga esaltata come un virtuoso caso di partenariato.
In realtà, nel ventennio della gestione di Veolia, che possiede il 51 per cento delle azioni – la restante parte è divisa tra investitori istituzionali e privati – la società è diventata profittevole e ha distribuito dividendi, ma il servizio non è migliorato. Le frequenti interruzioni nell’erogazione di elettricità, la qualità scadente dell’acqua e la mancata estensione delle reti per raggiungere le zone rurali del paese, i cui abitanti non raggiungono i due milioni, ma sono insediati in modo molto sparso, hanno suscitato ripetute proteste, rimaste tutte inascoltate. Il governo, anzi, non solo non ha mai preso provvedimenti contro la concessionaria che, per contratto, si era impegnata ad attuare ingenti investimenti, ma ha autorizzato sostanziosi aumenti delle tariffe che, dal 2009 al 2014 sono cresciute rispettivamente del 75 per cento quelle dell’elettricità e del 48,2 per cento quelle dell’acqua.

Nell’aprile del 2017, alla scadenza della concessione, il governo del Gabon ha dapprima dichiarato di non volerla rinnovare; poi alcuni ministri sono stati convocati a Parigi dall’allora presidente Hollande – che, nell’imminenza delle elezioni cercava di accreditarsi nel ruolo di protettore degli interessi francesi (Veolia è la seconda società francese attiva in Gabon, dopo Total) – e sono stati convinti a concedere una proroga di cinque anni e a negoziare sui punti controversi.

Ora, l’inaspettato gesto con cui il governo del Gabon ha requisito la sede della società a Libreville e revocato la concessione, più che un segno di attenzione per il benessere dei propri cittadini, appare come il tentativo da parte del presidente Ali Bongo – erede di una famiglia ininterrottamente al potere dal 1967, grazie all’intervento, anche armato, dei francesi – di allargare il consenso popolare in vista delle elezioni che si svolgeranno nel prossimo mese di aprile.

Se non è improbabile che dopo le elezioni tutto torni come prima, in ogni caso le accuse e le minacce, con le quali Veolia e le autorità del Gabon si fronteggiano da due mesi, dimostrano la malafede di entrambe le parti.

Il ministro dell’ambiente gabonese accusa Veolia di aver provocato seri danni ambientali mettendo in pericolo la salute della popolazione. Chiedendosi retoricamente “se anche in Francia Veolia può scaricare rifiuti tossici nei fiumi”, il ministro protesta perché la società non dispone di attrezzature appropriate per il trattamento dei rifiuti degli idrocarburi, con il risultato che a Lambaréné “gli idrocarburi sono riversati direttamente nell’Ogooué, proprio dove la SEEG preleva l’acqua destinata al consumo delle famiglie”; a Ndjolé l’Ogooué “serve come ricettacolo degli oli e gasolio scaricati dalla centrale della SEEG”, e anche a Mitzic e a Oyem, i laghi e I fiumi sono “selvaggiamente inquinati”. Il ministro ha anche dichiarato che “nulla si sa sugli effetti che l’inquinamento ha avuto o può avere sulla salute della popolazione e che bisogna applicare “il principio che chi inquina paga e obbligare Veolia a decontaminare i siti e a procedere alle riparazioni e ai risarcimenti”.

Dal canto suo, Veolia sostiene di non avere inquinato nessun sito e che, in ogni caso, i ministri del Gabon erano perfettamente al corrente della situazione in quanto membri del consiglio di amministrazione della società. Dopo di che è passata alle minacce. Intervistato dal Financial Times, l’amministratore delegato Antoine Frérot, ha detto che si tratta di “una decisione politica e populista che avrà forti conseguenze finanziarie, perché compromette investimenti a lungo termine in Africa”. E il segretario generale della società, Helmas le Pas de Secheval, ha aggiunto “questo esproprio illegale nuocerà non solo al Gabon, ma all’Africa tutta intera.. tutti i paesi del continente hanno bisogno disperato di infrastrutture vitali come accesso a acqua ed energia… noi temiamo l’impatto per la popolazione gabonese di un clima catastrofico per gli investimenti stranieri”.

Quindi, per riavere quello che “ci spetta di diritto e che ci è stato tolto con un atto brutale senza fondamento giuridico”, l’8 marzo, Veolia ha depositato una richiesta di conciliazione presso ICSID il centro internazionale creato dalla Banca mondiale per la “risoluzione di controversie relative ad investimenti”. In caso di fallimento della conciliazione, Veolia presenterà una richiesta di arbitrato presso “il tribunale” della Banca mondiale, che già in passato ha condannato il Gabon a pagare 184 milioni di euro alla società belga Transurb per una vertenza relativa alla costruzione di una ferrovia!
Mentre Veolia chiede giustizia a Washington, il Gabon si rivolge ancora a Parigi. Da un lato, per dimostrare la veridicità delle accuse di inquinamento, ha chiesto l’assistenza di Pascal Canfin, già ministro dello sviluppo di Hollande dopo essere stato eurodeputato nel gruppo dei verdi; dall’altro, per rassicurare gli investitori, ha inviato a Parigi il portavoce del presidente il quale, durante un incontro con le associazioni degli industriali, non ha escluso che la prossima concessione dell’acqua e dell’energia elettrica venga accordata ancora ad un gruppo francese.

In attesa delle sentenze, le uniche certezze per i cittadini gabonesi sembrano l’acqua inquinata e il pagamento delle spese legali.

 

  La Campagna Stop TTIP/Stop CETA pubblica documento interno dell’UE con l’agenda dei lavori e lancia un appello: “La prossima settimana a Ottawa i nostri diritti saranno messi in discussione da un comitato tecnico non trasparente. I nuovi parlamentari intervengano subito”

ROMA, 21 marzo 2018 – Negare o autorizzare l’utilizzo di alcuni fungicidi, rimettere in discussione i veti nazionali sul glifosato, armonizzare le regole che consentono di importare o esportare alimenti tra Canada e Unione Europea. E il tutto senza il controllo dei Parlamenti, diretta espressione delle cittadine e dei cittadini europei. Accadrà tra pochi giorni, il 26 e il 27 marzo a Ottawa, quando si terrà la prima riunione del Comitato congiunto sulle misure sanitarie e fitosanitarie creato dal CETA, l’accordo di libero scambio concluso tra Unione Europea e Canada e in via di ratifica nei Parlamenti degli Stati membri, Italia compresa. Un comitato composto da rappresentanti della Commissione Europea, del Governo canadese, delle imprese e degli enti regolatori, senza alcuna traccia di organismi eletti.
Per denunciare la scarsa trasparenza di questi meccanismi, la campagna StopTTIP/StopCETA pubblica un documento ad accesso ristretto (“Limided”) trapelato dagli uffici della DG Sante della Commissione UE, che reca l’agenda del meeting a porte chiuse in programma lunedì e martedì prossimo.

Tra i temi all’ordine del giorno ve ne sono molti di stretto interesse per i cittadini e per i produttori agricoli, che però verranno trattati in segreto e fuori dal controllo diretto dei Parlamenti o della società civile. I tecnici europei e canadesi, insieme ai rappresentanti del settore privato, si scambieranno informazioni sulle nuove leggi che riguardano la salute animale e delle piante, così come sulle ispezioni e sui controlli. Discuteranno anche di linee guida che determineranno l’equivalenza tra prodotti europei e nordamericani, così come dell’impatto sulle importazioni causato dai limiti per le sostanze chimiche. All’ordine del giorno c’è poi il mancato rinnovo da parte dell’UE per i prodotti contenenti Picoxystrobin, un fungicida considerato altamente rischioso per animali terrestri e acquatici. Non basta: verranno prese in esame le differenze tra le misure europee sul glifosato e quelle nazionale. Dopo il rinnovo dell’autorizzazione per altri 5 anni da parte della Commissione Europea, infatti, alcuni Paesi hanno deciso, entro i loro confini, di varare norme più stringenti per l’uso di questo diserbante, accusato di essere probabilmente cancerogeno per l’uomo. Regole più dure, in definitiva, sono viste come un problema per il libero commercio, anche se tutelano consumatori ed ecosistemi. Toccherà al comitato tecnico capire come superare l’ostacolo del principio di precauzione. Stesso discorso per il commercio di animali vivi e carni, con la richiesta dei nordamericani di semplificare la certificazione dei loro prodotti.

“Il rischio che abbiamo preannunciato in questi anni di mobilitazione alla fine si realizza”, sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna italiana StopTTIP/StopCETA, piattaforma che coordina più di 200 organizzazioni nazionali e 50 comitati locali. Il CETA, nonostante si sia riusciti a fermarne finora la ratifica almeno in Italia grazie a una potente campagna di pressione insieme a organizzazioni come Coldiretti, CGIL , Arci, Arcs, Ari, Assobotteghe, Attac, CGIL, Fairwatch, Greenpeace, Legambiente, Movimento Consumatori, Navdanya International, Slowfood, Terra! e Transform, comincia ad attivare le sue commissioni tecniche inaccessibili a cittadini e eletti.

“In una di esse, convocata a Ottawa il 26 marzo, si comincia a discutere della modifica di standard e regolamentazioni che difendono i nostri diritti a spese del commercio”, prosegue Di Sisto. “Come si può  leggere chiaramente dal documento ottenuto dalla Campagna StopTTIP/StopCETA, si delega a un gruppo di presunti portatori di interessi ed esperti, scelti non si sa come, il confronto su come armonizzare, abbassare, cancellare standard e regole inerenti la qualità dei prodotti alimentari o l’utilizzo di sostanze chimiche come i fungicidi. Un’ulteriore deriva che allontana le scelte più delicate e impattanti dagli occhi scomodi dei cittadini, nonostante siano proprio questi ultimi a subirne le eventuali conseguenze”.

Per questo, la Campagna Stop TTIP/Stop CETA lancia due richieste urgenti:

  • la prima ai parlamentari europei più impegnati, perché convochino la Commissione UE in audizione chiedendo spiegazioni sui contenuti di questo incontro e la piena trasparenza degli argomenti trattati;
  • la seconda ai neoeletti parlamentari italiani, che prenderanno posto nelle Camere rinnovate il 23 di marzo. Molti di loro hanno firmato il decalogo “#NoCETA – #Nontratto”, per la costituzione di un gruppo interparlamentare Stop CETA. Ora esercitino il diritto al controllo in nome e per conto degli italiani, chiedendo conto al Governo ancora in carica e al Ministero dell’Agricoltura di quali indicazioni, richieste ed eventuali veti si è fatto interprete davanti alla Commissione Europea.

Che il loro intervento sia improrogabile lo dimostra il capitolo sui pesticidi dell’ultimo rapporto “Il CETA minaccia gli stati membri dell’UE“, pubblicato pochi giorni fa dal centro di studi legali ambientali europeo CIEL (Center for International Environmental Law). Secondo lo studio*, infatti, l’applicazione dell’accordo porterà a una progressiva fluidificazione degli scambi commerciali in agricoltura, attraverso l’armonizzazione o la cancellazione di regole, molte delle quali a protezione dei consumatori e dell’ambiente. Uno scenario che, senza un controllo diretto da parte degli organismi eletti, rischia di diventare realtà.

Contro questa marginalizzazione dal processo decisionale e contro i rischi del CETA si sono schierate gran parte delle forze politiche che entreranno in Parlamento il 23 marzo. La richiesta di una loro immediata attivazione viene anche da tanti territori. Come in Friuli, dove il giorno dell’insediamento, alle 15,30, in via Savorgnana è prevista una mobilitazione del Comitato StopTTIP/StopCETA, organizzata insieme a Coldiretti

 

Si può ritenere concluso il dibattito sugli Ogm? Così sembrerebbe dopo lo studio di alcuni ricercatori della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’Università di Pisa, che hanno concluso che «la coltivazione di mais transgenico non comporta rischi per la salute umana, animale e ambientale». Lo studio è consistito in una meta-analisi (analisi di altre analisi) di dati pubblicati su «riviste di alto valore scientifico» che riguardano il mais transgenico. Si dice ancora che lo studio ha analizzato 11.699 dati riferiti a un arco di tempo di 21 anni. Lo studio è stato presentato dai mass-media con toni entusiastici, come la «lieta novella» attesa dal mondo. Dunque: «E adesso cosa avete da dire voi che combattete gli Ogm?».

E ALLORA ENTRIAMO nel merito. Dai dati forniti emerge che gli studi presi in considerazione provengono per il 75% dagli Stati Uniti e solo il 6% da Brasile e Argentina. Esiste una sproporzione enorme tra le superfici coltivate e le quantità prodotte di mais transgenico nei due paesi del Sud America, rispetto alle ricerche e agli studi disponibili. La stessa cosa vale per il Canada e i paesi europei, dove sono presenti pochi studi. Sono gli Stati Uniti a sfornarne una grande quantità. Ma molti di questi studi, nel paese della Monsanto, hanno un solo scopo: dimostrare che gli Ogm hanno rese più elevate e che non rappresentano pericoli per i consumatori. L’affare «Monsanto Papers» ha dimostrato come molte ricerche su Ogm e glifosato siano state condizionate dalla multinazionale. E’ emerso che l’Agenzia Americana per la Protezione dell’Ambiente (EPA) ha coperto per anni la Monsanto sugli effetti del glifosato. La pressione che la multinazionale ha esercitato sulla comunità scientifica, lo stanziamento massiccio di fondi per finanziare ricerche favorevoli alla sua attività, pongono seri dubbi sulla credibilità di questi studi. Persino l’Autorità per la Sicurezza Alimentare Europea (EFSA) è rimasta coinvolta, con l’imputazione di aver copiato dai documenti della Monsanto la relazione per la Commissione Europea in cui si sosteneva che il glifosato non è pericoloso.

UN’ALTRA QUESTIONE DA AFFRONTARE è la biodiversità. Quattro multinazionali controllano il mercato delle sementi e il 70% dei semi commercializzati passa dalle loro mani. Sono semi che hanno una elevata uniformità genetica. Nel mondo si coltivano centinaia di varietà di mais, ma le multinazionali cercano di imporre le poche varietà che producono su larga scala. L’uniformità delle coltivazioni è uno svantaggio biologico e espone le piante alle malattie in misura maggiore, perché si riducono i meccanismi di difesa contro i parassiti. In una epoca in cui i cambiamenti climatici incidono sulle produzioni, è necessario avere un numero elevato di varietà per ciascuna specie, allo scopo di individuare le varietà da coltivare nelle diverse condizioni di clima e suolo. Le varietà di mais transgenico non solo non hanno le caratteristiche necessarie per far fronte ai cambiamenti climatici, ma producono alterazioni della biodiversità. Come si fa a dire che non vi sono rischi per l’ambiente? Le conoscenze che abbiamo nel campo della genetica e lo studio degli ecosistemi devono servire a farci comprendere il comportamento di piante, animali e microrganismi di fronte ai cambiamenti climatici, per difendere la biodiversità. Lo studio dei ricercatori pisani non si pone il problema.

UN’ALTRA QUESTIONE RIGUARDA la produttività. Dallo studio emerge che la resa per ettaro del mais transgenico è superiore di almeno il 5% rispetto alle varietà tradizionali e che, in alcuni casi, sono superiori del 25%. Le colture Ogm si sono sempre poste come obiettivo principale la resa per ettaro, senza alcun riguardo per le conseguenze che questo modello produttivo determina. Negli Usa e in Brasile ci sono imprenditori agricoli, sostenuti dalla Monsanto, che individuano superfici limitate, con condizioni favorevoli per clima, terreno, disponibilità di acqua e su tali superfici scatenano tutto l’armamentario disponibile (semi con 4 variazioni genetiche, modernissime attrezzature e pesticidi a tutto spiano) per ottenere record di produzioni, da esibire a convegni e nelle «giornate dell’orgoglio Ogm». Ma se si analizzano le rese medie per ettaro, come rilevano alcuni studi condotti seriamente, si vede che questa differenza di produttività tra mais transgenici e mais tradizionali non esiste.

A INCIDERE SULLE PRODUTTIVITA’ SONO le tecniche di coltivazione, piuttosto che l’uso di Ogm: preparazione del terreno, tipo di semina, irrigazione, controllo dei parassiti, rotazione delle colture. In pianura Padana varietà di mais ibrido raggiungono rese che non hanno niente da invidiare ai mais transgenici del Mato Grosso (Brasile). Numerosi ricercatori (non quelli di Pisa) si sono posti il problema di quali alterazioni subisce il terreno coltivato a mais transgenico, quali sono le conseguenze per la comunità microbica, quali variazioni subiscono le sostanze organiche. Il mais gm modifica l’ecosistema del suolo, altera l’ambiente microbico, riduce la fertilità, costringendo gli agricoltori a usare più fertilizzanti sintetici.

Un’altra questione riguarda la lotta agli insetti e alle erbe infestanti. Nei mais gm sono stati inseriti diversi tipi di geni provenienti da microrganismi. Il mais Bt contiene un gene, proveniente da un batterio,in grado di produrre nei tessuti della pianta una tossina che distrugge gli insetti che la attaccano, come la Piralide. Lo studio dei ricercatori pisani afferma che «sugli insetti non dannosi non si sono visti effetti significativi, ad eccezione della Braconide». Ma i Braconidi sono imenotteri parassiti, predatori naturali di altri insetti dannosi, svolgono un ruolo ausiliario nella lotta biologica. Il punto è questo: il mais Bt va a interferire nell’equilibrio fra le diverse specie di insetti, danneggia insetti utili, determina forme di resistenza alle tossine prodotte dal gene, col potenziamento di alcune specie che poi difficili da controllare. La Germania, dal 2009, ha vietato l’uso del mais Bt a causa dei danni causati alle Coccinelle, che non sono parassiti del mais. Nei mais gm è anche presente un gene proveniente da un batterio che conferisce alla pianta una resistenza agli erbicidi che contengono glifosato. Il diserbante agisce su tutte le piante presenti sul terreno, ad eccezione del mais modificato.

RITENUTO CANCEROGENO DALLA MAGGIOR parte della comunità scientifica, il glifosato sta producendo disastri in tutto il mondo. Sono gli Ogm ad avere determinato questo uso massiccio dell’erbicida. In uno studio condotto in Brasile su mais e soia modificati, è emerso che gli agricoltori che hanno usato il glifosato sono costretti ad affrontare la resistenza delle erbe infestanti, impiegando dosi elevate di altri diserbanti. Altra questione aperta: la contaminazione che gli Ogm possono produrre su altre specie. Il mais gm è la pianta in cui è stato inserito il maggior numero di tratti geneticamente modificati, con la conseguenza di avere un Dna poco stabile, con una maggiore possibilità di rotture e ricombinazioni geniche. Si determina, così, una condizione favorevole al passaggio di sequenze di Dna in virus, batteri, funghi e attraverso di essi insediarsi in altri organismi. Un processo di contaminazione tra specie impossibile da controllare. Come si fa a dire non è un pericolo per l’uomo e l’ambiente?

E c’è dell’altro: il monopolio dei semi, con una agricoltura sottoposta al controllo di poche multinazionali molto potenti, gli effetti devastanti che il modello produttivo della monocoltura Ogm ha sulle comunità rurali dei paesi in via di sviluppo, con distruzione delle forme di agricoltura familiare e disgregazione sociale.

Università di Pisa e a Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna: un esempio di asservimento becero agli interessi economici di pochi.  Riporto un articolo comparso su  Home

Il 15 febbraio un comunicato stampa dell’Università di Pisa e della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna, diffuso su tutti i media nazionali, ha affermato che il mais OGM non comporta alcun rischio per la salute umana, animale e ambientale. In realtà nel testo del comunicato non si riporta alcun dato a supporto di questa affermazione, evidenziando piuttosto l’intento di propagandare le migliori prestazioni produttive del mais transgenico e di convincere i consumatori della sua superiorità rispetto alle varietà non modificate geneticamente.
Immediata la reazione di Federbio, la Federazione multi-professionale, tesa a migliorare e ad estendere la qualità e la quantità del prodotto alimentare ottenuto con tecniche di agricoltura biologica e bio-dinamica, attraverso regole deontologiche e professionali, in linea con le norme cogenti e con le direttive IFOAM.
‘Quello che è accaduto è un fatto di gravità inaudita, perché è stato speso il nome e il prestigio di due istituzioni scientifiche e formative di altissimo livello anche internazionale per un’operazione di propaganda di parte. Per questo ho ritenuto doveroso rivolgermi anzitutto ai Comitati etici delle due istituzioni, aldilà del fatto che si tratti di OGM’ ha dichiarato il presidente di FederBio, Paolo Carnemolla, dopo aver fatto trasmettere una lettera ai Comitati etici dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna in cui si legge tra l’altro: ‘L’aspetto principale che vogliamo porre alla vostra attenzione è l’affermazione che il mais transgenico non comporta ‘nessun’ rischio per la salute umana, animale e ambientale. Leggendo il comunicato appare evidente che lo studio in nessun caso dimostra l’assenza di rischio, in particolare per l’unico fattore citato che potrebbe indirettamente interessare la salute umana, ovvero la presenza di micotossine nel mais transgenico. Lo studio riporta, infatti, un abbattimento medio delle principali tossine non superiore al 30%, il che potrebbe forse far affermare che il rischio viene abbattuto di questa percentuale: di certo non solo non viene annullato, ma non si può nemmeno tacere il fatto che qualunque granella di mais o derivato destinata all’alimentazione umana o animale per essere idonea al consumo deve comunque presentare un livello di tossine inferiori a ben precisi limiti di legge. Dunque, non solo la coltivazione di mais OGM non riduce a zero il rischio della produzione di micotossine, ma anche la riduzione del rischio non influisce in alcun modo sulla salute umana e animale in quanto livelli pericolosi di tossina non sono comunque tollerati in tutto il territorio dell’Unione Europea. Il titolo del comunicato afferma dunque il falso, oltre a indurre in maniera ingiustificata e strumentale allarme sanitario, come se non vi fossero precise prescrizioni e controlli proprio sul livello di micotossine per il mais destinato all’alimentazione umana e animale, attribuendo indebitamente al mais transgenico qualità superiori’.
‘Lo studio – prosegue Carnemolla – si è concentrato sulla coltivazione del mais transgenico e non sugli aspetti sanitari connessi al consumo di tale prodotto e dei suoi derivati da parte degli esseri umani e degli animali. Stante la scarsità di lavori sull’argomento, lo studio non ha potuto nemmeno occuparsi degli impatti ambientali delle tecniche agricole associate alla coltivazione di mais transgenico (e va qui ricordata la diffusione commerciale non solo delle versioni Bt, ma anche di quelle RR, la cui adozione ha ridotto la rotazione colturale indirizzando a una gestione delle infestanti basata sull’incremento dell’uso di erbicidi, la presenza dei cui residui nelle acque superficiali e profonde costituisce un’emergenza ambientale, per non dire del fenomeno di selezione di decine di specie infestanti resistenti, della diminuzione di diversità e abbondanza di essenze selvatiche); dunque non solo è ancora più evidente l’avventatezza dell’affermazione sulla totale assenza di rischi per la salute umana e animale, ma appare infondata anche l’affermazione sulla totale assenza di rischi per l’ambiente. Sembra, infatti, che gli unici due parametri valutati a tale riguardo siano stati l’impatto su una popolazione di insetti e le emissioni di CO2 dal suolo’.
‘Anche per questo riteniamo oltremodo impropria e non eticamente corretta – sottolinea il presidente di FederBio – l’affermazione che il comunicato attribuisce ai ricercatori che: ‘questa analisi fornisca una sintesi efficace su un problema specifico molto discusso pubblicamente, sintesi che permette di trarre conclusioni univoche aiutando ad aumentare la fiducia del pubblico nei confronti del cibo prodotto con piante geneticamente modificate’. Proprio in questa frase sta, a parere di chi scrive, l’intento propagandistico e fuorviante del comunicato, basato su affermazioni prive di alcun fondamento persino nello studio di cui trattasi’.
‘Riteniamo – conclude Carnemolla – che il fatto accaduto sia di estrema gravità e possa recare danno al prestigio e all’indipendenza anche solo percepita delle due vostre istituzioni scientifiche’.