Just another GAS in the world

Una bella notizia, riportata sul sito di greenme.it

>>Qui l’articolo originale <<<

semi antica varieta zucca

Un gruppo di ricercatori ha rinvenuto, nel corso di uno scavo archeologico, dei semi di ben 800 anni fa. I semi erano contenuti in un recipiente di argilla. Lo stesso contenitore rappresenta una scoperta archeologica straordinaria, ma i semi lo sono ancora di più.

La scoperta è avvenuta nel 2008 all’interno della Menominee Reservation in Wisconsin. La notizia più sorprendente è che nel frattempo un gruppo di studenti della Canadian Mennonite University di Winnipeg è riuscito a coltivare questi semi antichi con successo e ha riportato in vita una varietà di zucca che era ormai scomparsa. La notizia ora è ufficiale.

zucca antica cover

I semi sono stati donati all’Università di Winnipeg, in Canada, dall’American Indian Center, nella speranza che gli studenti e i ricercatori riuscissero a riportare in vita l’antica varietà di zucca. Il gruppo di studenti ha lavorato sotto la guida di Brian Etkin, coordinatore di The Garden of Learning. La varietà è stata soprannominata Gete-okosomin, che significa zucca molto antica.

L’esperimento di coltivazione è riuscito e gli studenti vogliono fare di più. Hanno infatti intenzione di conservare i semi della nuova zucca per ripinatarli e per riprendere la coltivazione di un ortaggio sconosciuto ai giorni nostri. Se la specie sopravvivrà senza problemi, avremo a disposizione una nuova risorsa alimentare.

zucca antica 2
zucca antica 1

La zucca ha forma allungata, è di colore arancione acceso e presenta qua e là delle chiazze più chiare. Gli studenti canadesi stanno progettando tutto il necessario per fare in modo che la varietà di zucca appena riscoperta non vada nuovamente estinta. Continuiamo a lodare l’impegno di chi si sta impegnando a salvare i semi antichi.

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Oltre a quanto osservato da “Il fatto Alimentare” Aequos” e gas Radici potrebbero aggiungere che il maggior costo del BIO rispetto al convenzionale è principalmente dovuto alla “Grande Distribuzione” e,in second’ordine, alla disattenzione di molti consumatori “consapevoli” ma poco organizzati.
Per quanto ci riguarda acquistiamo BIO certificato (con soddisfazione dei nostri produttori) a prezzi simili o inferiori a quelli dei prodotti impestati dalla chimica.

Fausto

Redazione Il Fatto Alimentare 13 Marzo 2019

agricoltura biologica bio verduraIn questi giorni è in discussione al Senato, dopo essere stata approvata alla Camera, la prima legge quadro italiana sull’agricoltura biologica per la quale si registra un accordo da parte di quasi tutte le forze politiche. La norma considera la produzione biologica un’attività di interesse nazionale con funzione sociale e ambientale, in quanto settore economico basato prioritariamente sulla qualità dei prodotti, sulla sicurezza alimentare, sul benessere degli animali, sullo sviluppo rurale, sulla tutela dell’ambiente e dell’ecosistema e sulla salvaguardia della biodiversità, che concorre alla tutela della salute e al raggiungimento degli obiettivi di riduzione dell’intensità delle emissioni di gas a effetto serra.

Una voce contraria è quella di Elena Cattaneo, senatrice a vita, che nei giorni scorsi ha risposto a un’intervista su Il sole 24 ore, in cui definisce il biologico una favola “bella ma impossibile” e rilancia la lettera che il 9 gennaio scorso è stata indirizzata a tutti i senatori della Repubblica e che della legge chiede il ritiro, firmata da oltre 400 tra Agronomi, ricercatori e docenti universitari. Elena Cattaneo è una farmacologa e biologa, che ha condotto numerose campagne contro il biologico che considera un inganno per i consumatori affascinati dalla “favola” del “naturale=buono” e costretti a pagare “prezzi fino al 100% superiori”.

Il testo sulla produzione agricola con metodo biologico (leggi qui) presentato nel marzo 2017 scorso dalla deputata Pd, Maria Chiara Gadda, è stato approvato a dicembre 2018 dalla Camera e ora è al vaglio del Senato. Tra i punti più significativi, c’è l’introduzione di un piano nazionale delle sementi biologiche.

A sostegno dalla ricerca e della promozione per l’agricoltura biologica, si sono schierati diversi scienziati che hanno pubblicato un contributo sul tema e che in questi giorni di discussione in parlamento, stanno cercando adesioni per sostenere il dibattito scientifico (ad oggi sono 470 firmatari – le adesioni si comunicano a paolo.barberi@santannapisa.it).
“In merito al disegno di legge attualmente in discussione – si legge nel comunicato – e alle critiche espresse in diverse occasione dai detrattori dell’agricoltura biologica (senatrice Cattaneo in testa), non condividendo molte di queste dichiarazioni, abbiamo deciso, come “Gruppo di docenti per la Libertà della Scienza”, di riprendere e affrontare alcuni temi controversi per un approfondimento scientifico. Con questo nostro contributo intendiamo ribadire la validità dell’agricoltura biologica, senza togliere nulla ad altri modelli di agricoltura che si sforzino nella ricerca di sistemi di gestione e pratiche più sostenibili. Intendiamo ribadire anche l’importanza di discutere di questi temi – di cruciale importanza per il futuro non solo dei sistemi agro-alimentari ma dell’intera umanità – con serietà, evitando posizioni ideologiche di parte e approcci pseudo-scientifici.”

Fresh organic vegetables

Per approfondire la proposta di legge e le caratteristiche dell’agricoltura biologica abbiamo chiesto a Roberto Pinton, segretario di AssoBio, di rispondere alla nota di Elena Cattaneo.

Come sarebbe bello se l’uomo (o la donna) di scienza che, pur di non scontentare l’intervistatore, fosse giunto alla determinazione di rispondere su argomenti estranei alle sue competenze, chiedesse un po’ di tempo e lo dedicasse a un rapido excursus di quanto la scienza esprime sul tema o di cosa sta accadendo intorno a sé…
A basarsi su propri appunti polverosi (o su quelli premurosamente forniti da occasionali conoscenti) non sempre si fa un affare: c’è il rischio di inciampare in svarioni e papere, come accade a Elena Cattaneo nei suoi interventi a ripetizione sulla produzione biologica.

Il testo di legge in materia di agricoltura biologica ora all’esame del Senato è stato approvato dalla Camera a larga maggioranza dopo aver acquisito il parere favorevole di tutte le otto commissioni parlamentari competenti, e ha ricevuto il plauso di numerose organizzazioni (tra loro anche l’ANCI, l’associazione dei Comuni italiani). Elena Cattaneo ritiene che sia la maggioranza dei deputati che chi ha espresso apprezzamento sia stato preso da un abbaglio, “sposando irragionevolmente una narrazione bucolica ed elitaria” diffusa dalla potente lobby del biologico.

Che tra chi ha benedetto il testo approvato si annoverino Coldiretti e Agrinsieme (il coordinamento che rappresenta le aziende e le cooperative di Cia, Confagricoltura, Copagri, Alleanza delle cooperative agroalimentari), il che sta dire la totalità del settore agricolo nazionale, che chiede al Senato di accelerare l’iter di approvazione, a nulla sembra contare per Elena Cattaneo, convinta com’è di essere il legittimo rappresentante di un intero settore produttivo che, da parte sua, ignora di averle conferito tale mandato.

agricoltura campi fiume acqua
Ci sono pesticidi nel 67,0% dei punti di campionamento delle acque superficiali e nel 33,5% di quelle sotterranee

Se avesse consultato il Rapporto nazionale Pesticidi nelle acque che l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) redige sulla base delle informazioni fornite da 21 Agenzie Regionali (ARPA) e Provinciali (APPA) per la protezione dell’ambiente, saprebbe che ci sono pesticidi nel 67,0% dei punti di campionamento delle acque superficiali e nel 33,5% di quelle sotterranee (con anche 55 sostanze diverse in un singolo campione): “In alcune Regioni la presenza dei pesticidi è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a interessare oltre il 90% punti delle acque superficiali in Friuli Venezia Giulia, provincia di Bolzano, Piemonte e Veneto, e più dell’80% dei punti in Emilia Romagna e Toscana. Supera il 70% in Lombardia e provincia di Trento”.
Saprebbe che il 23.9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e l’8,3% delle acque sotterranee presentano concentrazioni superiori ai limiti ambientali.
Saprebbe anche che le sostanze più rinvenute sono i diserbanti, ma anche che “rispetto al passato è aumentata significativamente la presenza di fungicidi e insetticidi, soprattutto nelle acque sotterranee“, una frase che preoccupa per essere un “taglia e incolla” presente in ogni edizione del rapporto.
Alle acque superficiali e profonde nessuno deve aver spiegato la pur affascinante tesi che l’attuale agricoltura convenzionale costituisca il metodo che inquina meno.

Se avesse gettato un’occhiata anche distratta a quanto prodotto dalla FAO (non un’organizzazione di luddisti, proprio l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) in occasione del 2015 anno internazionale del suolo, saprebbe che circa metà dei suoli europei ha un basso contenuto di sostanza organica, principalmente nella nostra Europa del sud, e che circa 80% dei suoli italiani ha un contenuto di carbonio organico inferiore al 2%, con una grande percentuale con valori inferiori a 1%.
Saprebbe che il declino della materia organica si traduce in un suolo degradato e che senza sostanza organica non esiste suolo, ma solo sedimento non consolidato.

Se avesse buttato un occhio sui dati ISTAT saprebbe che nel 2016 in Italia sono state vendute 125mila tonnellate di prodotti fitosanitari, per una spesa da parte degli agricoltori pari a 950 milioni (oltre a 1,57 miliardi in fertilizzanti, stante la perdita di fertilità organica dei suoli).
Nel 2006 la spesa per fertilizzanti era stata di 694 milioni e quella per pesticidi di circa 1 miliardo: in dieci anni la spesa per i primi è aumentata di oltre il 50%, quella per i secondi del 45%.
Il nostro Paese è fra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo: dall’ultimo report dell’Agenzia europea per l’ambiente risulta che il consumo di principi attivi nella UE è mediamente di 3,8 chili per ettaro, ma in Italia sale a 5,7; se tra il biennio 2011-13 e quello 2014-15 la vendita di pesticidi nei Paesi europei è scesa di oltre il 50%, da noi è aumentata del 7,9%.

agricoltura biologica
Contiene residui di pesticidi il 63.9% dei campioni di frutta prelevati sul mercato italiano

Se, pur da senatrice, avesse consultato l’elaborazione dell’Ufficio studi della Camera dei deputati, avrebbe cognizione che il settore biologico, che copre il 15.4% della superficie agricola italiana, ha ricevuto solo il 2,9% delle risorse destinate all’agricoltura, tra fondi europei e nazionali e potrebbe chiedersi se non si tratti di uno squilibrio da correggere.

Avesse letto i giornali di recente, saprebbe che, come risulta dal rapporto presentato a febbraio da Legambiente sui dati forniti da Arpa, Asl e Istituti Zooprofilattici Sperimentali, contiene residui di pesticidi il 63.9% dei campioni di frutta prelevati sul mercato italiano, il che li rende non idonei all’alimentazione dell’infanzia, mentre l’1,7% presenta dosaggi che li rende non idonei all’uso alimentare in genere, anche per un adulto in salute. Saprebbe che il 40.2% dei campioni presentava residui di più pesticidi diversi (il record va a un campione di peperoni con residui di 25 sostanze chimiche di sintesi).

Saprebbe anche che per il rapporto 2019 del think tank Institut du développement durable et des relations internationales (IDDRI) un’Europa agro-ecologica può soddisfare la domanda di cibo attraverso una dieta sana, rispondendo al contempo ai cambiamenti climatici, eliminando i pesticidi e salvaguardando la biodiversità, concentrandosi sulla trasformazione delle risorse naturali anziché sugli input esterni.

Non ignorerebbe nemmeno che il primo marzo l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha dato il via al decennio per il Ripristino dell’Ecosistema: gran parte della superficie agricola del pianeta mostra un calo della produttività con perdite di fertilità legate a erosione, impoverimento delle risorse e inquinamento, un degrado che mina le condizioni di vita di miliardi di persone e costa circa il 10% del PIL globale in termini di perdita di servizi ecosistemici.

frutta verdura cinque porzioni biologico
Il nostro Paese è fra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo

Saprebbe che il rapporto Planetary Health Diet, curato dalla commissione Eat-Lancet, sollecita sforzi nazionali e internazionali per diffondere diete sane e ri-orientare le priorità dell’agricoltura: devono passare dalla produzione di gradi quantità di cibo alla produzione di cibo sano.

Sulle rese (“fino al 50% in meno”?), se avesse sfogliato i Proceedings della Royal Society si sarebbe potuta imbattere nella metanalisi “Diversification practices reduce organic to conventional yield gap” su un dataset di 115 studi con più di 1.000 osservazioni, le cui conclusioni sono che le rese produttive biologiche sono inferiori a quelle convenzionali del 19,2% (± 3,7%), ma che, grazie a consociazioni e rotazioni colturali, il divario di resa si riduce sensibilmente (9 ± 4% e 8 ± 3%).
Lo studio raccomanda adeguati investimenti nella ricerca agro-ecologica per migliorare ulteriormente i sistemi di gestione biologici per ridurre ancora, se non eliminare, il divario di resa per le diverse colture o regioni, gli stessi investimenti in ricerca che Elena Cattaneo si è fatta un punto d’onore di ostacolare, preferendo lo statu quo che vede le risorse destinate sostanzialmente solo all’agricoltura convenzionale, alcuni effetti negativi della quale vediamo sulla contaminazione di acque e derrate.

L’insigne farmacologa sostiene che chiunque scelga un approccio agro-ecologico è guidato non dalla ricerca scientifica, ma dall’ideologia, ma dal canto suo ignora bellamente o snobba la letteratura scientifica prodotta in materia di agricoltura biologica e si addossa l’onere di impedirne l’ulteriore sviluppo e avanzamento, un atteggiamento davvero curioso.

 I risultati di uno studio dell’Università della California

Organic vegetables healthy nutrition concept on wooden backgroundUna dieta tutta biologica fa crollare il livello di insetticidi, erbicidi e fitofarmaci nell’organismo. Il risultato dello studio pubblicato su Environmental Research dai ricercatori dell’Università della California di Berkeley può sembrare banale, ma non lo è, perché contiene diversi elementi di novità, gli effetti sono molto netti e significativi e poiché l’esito conferma altri studi analoghi, pubblicati negli anni scorsi da gruppi di ricerca australianicaliforniani e di Seattle, rafforzandone così indirettamente le conclusioni.

Nello studio sono state selezionate quattro famiglie di quattro persone ciascuna di diversa ascendenza etnica e residenti in aree molto lontane (Oakland, Minneapolis, Baltimora e Atlanta) ed è stato chiesto loro di passare da una dieta normale a una totalmente biologica. Nel frattempo sono state raccolte le urine, sia mentre tutti ancora si alimentavano secondo le abitudini, sia quando avevano iniziato ad assumere solo cibo biologico, per un totale di 158 campioni. Su di essi sono state eseguite analisi alla ricerca di 14 diversi composti, rappresentativi in diverso modo (per esempio attraverso i metaboliti) di 40 pesticidi, e il risultato è stato evidente: dopo soli sei giorni la concentrazione media delle sostanze in esame era crollata in media del 60,5% in adulti e bambini, arrivando in certi casi fino quasi ad azzerarsi.

Nello specifico, gli organofosfati si erano ridotti del 70%, il clorpyrifos (già associato all’autismo e a deficit nello sviluppo cognitivo dei bambini) del 61% e il malathion, considerato probabile cancerogeno, del 95%, mentre l’unico erbicida analizzato, il 2,4 D (componente anche del defoliante Agente arancio), associato a disturbi endocrini e dello sviluppo sessuale, a danni epatici e al linfoma di Hodgkin, era sceso del 37%. Oltre a ciò i piretroidi si erano dimezzati, mentre l’unico neonicotenoide trovato (sui due cercati) era diminuito dell’84%. Il glifosato non è stato valutato perché i metodi di analisi quantitativa nelle urine non sarebbero ancora del tutto attendibili.

Nei commenti, raccolti anche dal sito Civil Eats, emergono diversi aspetti da tenere in considerazione. Innanzitutto, la buona notizia è che tutte queste sostanze vengono eliminate rapidamente dall’organismo. Anche se Kendra Klein, ricercatrice dell’associazione Friends of the Earth, ha sottolineato che a preoccupare è comunque l’esposizione cronica, per tutta la vita, a sostanze associate a malattie molto gravi quali i tumori e i disturbi dello sviluppo nervoso e sessuale.

insalata verde romana tagliere
Secondo uno studio, mangiare solo cibo biologico fa diminuire drasticamente i pesticidi nell’organismo

Altri, come William Reeves della Bayer, hanno ricordato che tutte le indagini condotte dalle agenzie regolatorie, tanto negli Stati Uniti e in Canada quanto in Europa, hanno sempre trovato concentrazioni dei fitofarmaci al di sotto dei livelli di pericolo, e altri ancora hanno affermato che l’entità del campione è troppo esigua per trarre conclusioni definitive, invocando al tempo stesso grandi studi specifici. Per quanto riguarda le altre aziende, Dow Dupont non ha voluto commentare, mentre Syngenta si è riservata di rispondere dopo un’attenta analisi dello studio californiano.

…ma se anche  i rapporti tra le persone diventassero BIO=UMANI ?!?!

LETTERA  DI UN’IMMIGRATA AFRICANA

«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce, poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…
Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.
Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.

È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.
La vedo già storcere il muso. È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?
Sono fatti suoi, invece.
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.
Lo avete fatto con protervia e ferocia. La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori. Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.
L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…
Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’era posto per dormire, dell’ acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.
Ancora una volta, la pacchia l’ avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.
Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro»

(Fonte: Raiawadunia.com, pubblicato su Famiglia Cristiana)

Ridurre gli imballaggi…

…sembra facile!! Ma per un piccolo produttore è un’impresa!

Luca di Officina Naturae ,che produce per noi i detervivi,ci racconta cosa hanno fatto e cosa stanno facendo:

Ogni volta che si affronta il discorso imballaggi è per noi una spina nel cuore! E’ una spina perchè siamo,senza ombra di smentita, l’azienda che ha più investito nella reale ricerca della riduzione degli imballaggi, ma non è facile trovare un giusto equilibrio tra sostenibilità ambientale ed economica!

Piccola cronistoria sulle buste ricarica, che utilizzavamo già nel 2009, quando erano praticamente sconosciute ai più. Avevamo modificato la nostra macchina confezionatrice per poter riempire le buste, visto che la linea di riempimento apposita sarebbe costata circa 30.000 euro! Con questa modifica però il riempimento risultava lento, con un aumento del costo finale di manodopera , di cui ci facemmo carico per contenere il prezzo di vendita del prodotto.

Il tipo di imballaggio era subito piaciuto ai gas, noi purtroppo ci dovemmo far carico anche delle frequenti rotture causate dai corrieri, che lanciavano le scatole facendo esplodere le buste e danneggiando i prodotti in spedizione.

Dopo due anni ci capitò una fornitura di buste difettose che, a distanza di poche settimane dal riempimento, si aprirono tutte. Perdemmo più di 6.000 litri di prodotto, oltre a cartoni, etichette, nastro, pallet, ecc, inoltre dovemmo sopportare il costo di una ditta specializzata per la bonifica del capannone. Una perdita di 24.000 euro, solo in parte risarcita dal fornitore dopo una causa.”

Al tempo non c’erano altri fornitori disposti a fornire poche centinaia di buste, tutti chiedevano ordini minimi di 50.000 pezzi. Per questi motivi smettemmo nostro malgrado di utilizzarle.

La sostenibilità delle buste è legata alla loro dimensione in fase di trasporto, quando sono vuote (poco spazio occupato = meno volume e meno inquinamento per il trasporto). Non più tardi del mese scorso siamo andati a Ecomondo per parlare con la Corepla (Consorzio per la raccolta, riciclaggio e recupero degli imballaggi) e ci hanno confermato che le buste in plastica flessibile non sono riciclabili e devono essere immesse nell’indifferenziato. Questo anche per dire che continuiamo a rimanere aggiornati su possibili soluzioni.

Siamo poi passati al BaginBox, quella scatola di cartone con dentro una busta con rubinetto. Qui i problemi sono stati il costo dell’imballaggio (circa 4 volte maggiore rispetto a una tanica in plastica) e la macchina di riempimento, che avevamo preso a noleggio a 500 euro al mese. Dopo poco più di un anno ci comunicarono che il noleggio non era più possibile ,avremmo dovuto comprarla a 16.500 euro, e che dall’anno successivo il BaginBox sarebbe aumentato del 5%. Smettemmo così anche il BaginBox..

Ma non ci siamo fermati nella ricerca, dal 2014 siamo arrivati alla Bioplastica ricavata dalla canna da zucchero e non da petrolio. Abbiamo studiato uno stampo in ecodesign (4500 euro) che ottimizzasse gli spazi in fase di spedizione, per ridurre l’impatto dei trasporti. Acquistiamo i granuli di Bioplastica, che costa 3 volte la plasticada petrolio, e li facciamo soffiare appositamente per noi col nostro stampo. Potete solo immaginare la differenza di costo tra un flacone in plastica da petrolio, prodotto industrialmente in centinaia di migliaia di pezzi per centinaia di aziende, e il nostro flacone in Bioplastica!

Smaltire una tanica o un flacone in Bioplastica inserendoli nel recupero della plastica è un circuito virtuoso che permette il riciclo completo della plastica verde e non va a incrementare il consumo di petrolio.

Dopo questa piccola cronistoria (ho saltato altri esperimenti, come il bidoncino col sacco all’interno) potrete comprendere quanto è difficile la strada tra sostenibilità ambientale ed economica.

Ognuno di questi passaggi verso un nuovo imballaggio, ha in più un costo che non si vede direttamente, come tutte le etichette, i depliant, le foto, i listini, le comunicazioni agli enti, ecc. ecc.”

Questa lettera è stata tratta dal Notiziario di AEQUOS,la nostra cooperativa di GAS

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Il prezzo occulto del cibo

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L’uomo allunga sul tavolo la busta paga. Sul modulo Inail sono indicate cinque giornate di lavoro per un compenso totale di 229 euro. “Questo mese è andata così”, dice sconsolato, “il resto me l’hanno dato in nero”. Su un altro foglio c’è una tabella: accanto alla data, un elenco di cifre moltiplicate per due o tre centesimi di euro. “Sono i mazzetti. Il padrone mi paga a seconda di quanti ne faccio”. Parla di ravanelli, la cui raccolta è regolata da un prezzario preciso: due centesimi per ogni mazzo da dieci, tre se sono quindici.

Siamo nell’Agro Pontino, in provincia di Latina. Il nostro interlocutore – chiamiamolo Singh – è uno dei circa diecimila braccianti indiani che lavorano nei campi di quest’area resa fertilissima dalla bonifica di mussoliniana memoria. Oggi, la zona tra Sabaudia, Terracina, Fondi e Sezze è uno dei distretti agricoli più produttivi del centro Italia: distese di coltivazioni in serra e in campo aperto, che finiscono sulle tavole italiane e anche all’estero, soprattutto nell’Europa del nord. Molti degli ortaggi che troviamo in bella mostra nei supermercati – le zucchine, le melanzane, i pomodori, oltre che frutti prelibati come i kiwi e le angurie – provengono da qui. E li raccolgono i lavoratori stranieri, soprattutto indiani, ma anche romeni, marocchini e tunisini.

Gli immigrati sono ormai un elemento imprescindibile dell’Agro Pontino, così come di tutto il comparto agricolo italiano: secondo uno studio del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), dal 1989 a oggi il numero di cittadini italiani impiegati in agricoltura è diminuito di due terzi, mentre quello degli stranieri è aumentato di quindici volte.

I prodotti che raccolgono sui campi finiscono nei mercati rionali, nei piccoli fruttivendoli di quartiere e sempre di più nei punti vendita della grande distribuzione organizzata (gdo). Costano poco, a volte pochissimo. Un mazzetto di ravanelli non arriva a un euro. Lo stesso vale per le zucchine o per l’anguria, pagata pochi centesimi al chilo.

Ma quello che paghiamo quando compriamo un prodotto non tiene conto di una serie di costi nascosti: perché gran parte del comparto si regge su lavoro grigio non denunciato e su sussidi di disoccupazione illeciti pagati dallo stato, cioè da tutti noi; e perché i braccianti stranieri che lavorano in Italia spesso figurano solo parzialmente negli elenchi dei lavoratori Inps, sostituiti da finti braccianti italiani che non hanno mai messo le mani nella terra eppure beneficiano di sussidi, assegni familiari e pensioni agricole.

Un vero e proprio sistema
Torniamo a Singh. A fine giornata i mazzetti di ravanelli sono contati e lui è pagato in base alla quantità raccolta. Eppure, sulla sua busta paga mensile non compariranno i mazzetti. Figurerà invece un numero di giornate lavorate. Singh è regolarmente assunto e non compare in nessuna statistica di lavoratori irregolari in agricoltura. Se un ispettore del lavoro irrompesse nell’azienda dove lavora non avrebbe nulla da ridire: ha un contratto, ha fatto la visita medica e indossa anche gli indumenti necessari per la raccolta.

Ma alla fine del mese percepisce molto meno di quello che gli spetterebbe di diritto: “Funziona così, non c’è molto da discutere”, dice.

Quello di Singh non è un caso isolato. Potremmo anzi dire che è la prassi nel settore agricolo. Mentre il lavoro nero – cioè il numero di braccianti che non hanno un contratto di assunzione – diminuisce sempre più, anche come risultato della legge 199 del 2016 (meglio nota come legge anticaporalato) che prevede pene severissime per lo sfruttamento lavorativo, il “lavoro grigio” si diffonde e diventa un vero e proprio sistema, mettendo al riparo il datore di lavoro e, se c’è, il caporale.

Per alcune colture – come il ravanello, l’anguria, il pomodoro da industria – vige il pagamento informale a cottimo: i lavoratori sono pagati a cassone, mazzetto, quintale, ma il loro salario è conteggiato a giornata. Per altre colture, effettivamente pagate a giornata, vige invece una sorta di “salario di piazza”, cioè una paga inferiore a quella prevista dal contratto, ma che è informalmente accettata dalle parti.

Il trucco
Come fanno i datori di lavoro a segnare meno giornate di quelle lavorate e sfuggire ai controlli? Il trucco è che in agricoltura le giornate non sono dichiarate all’Inps contestualmente a quando sono lavorate, ma a posteriori, con il modulo della dichiarazione di manodopera agricola, Dmag, compilato trimestralmente (da gennaio 2019 dovrà essere fatto mensilmente, ma sempre a posteriori).

In pratica, il lavoro che tu fai oggi, è dichiarato dopo tre mesi. Quindi, se in quel frangente di tempo arriva un controllo dell’ispettorato, l’imprenditore potrà mostrare il contratto di lavoro – che comunque segnala solo indicativamente quante sono le giornate di lavoro previste – e dimostrare che è tutto in regola. In teoria. In pratica l’imprenditore segna il numero di giornate che ritiene opportuno, in base al salario informale imposto o concordato con i braccianti. Oppure, nel caso del cottimo, in base alla quantità effettivamente raccolta.

Nelle grandi aziende agricole, gli uffici amministrativi fanno uso di varie tabelle di conversione che trasformano le ore lavorate o i cassoni/mazzetti/casse raccolti in giornate secondo il contratto provinciale. Sono queste le tabelle mostrate da Singh. A lui non sono tanto chiare quelle operazioni: l’unica cosa che sa è che ogni mazzo è pagato due o tre centesimi, e che a fine giornata se è stato veloce è riuscito a guadagnare una trentina di euro. Alla somma guadagnata per questo lavoro a cottimo, il bracciante aggiunge poi la disoccupazione agricola, corrisposta in un’unica soluzione l’anno successivo.

La disoccupazione, infatti, è il grimaldello che rende il meccanismo accettabile per tutti. Perché parte di quello che l’operaio agricolo non percepisce dal datore di lavoro lo ottiene l’anno dopo dallo stato. “Si tratta di un sistema diventato prassi comune, approvato dagli stessi lavoratori. Nessuno vuole essere assunto a tempo indeterminato, perché perderebbe l’accesso alla disoccupazione, che è un’importante integrazione del reddito”, confida un imprenditore della zona, che preferisce rimanere anonimo.

Poiché la disoccupazione agricola è erogata in base al numero di giornate lavorate ed è tanto più vantaggiosa quanto più ci si avvicina alle 180 giornate – superate le quali comincia invece a diminuire – tutti accettano e a volte richiedono esplicitamente di vedersi registrate un numero di giornate inferiore a quel numero. L’importo della somma è variabile, ma può raggiungere anche i quattromila euro all’anno.

“È un segreto di Pulcinella. Lo stato integra il salario del lavoratore e permette al datore di lavoro di risparmiare. Tutti sono contenti”, continua l’imprenditore.

La politica dei bassi prezzi non dà benefici a nessuno degli attori della filiera

Così a fine anno, il salario complessivo del bracciante è il risultato della somma di tre voci: quella delle giornate segnate in busta paga, la quota data in nero dal datore di lavoro e la disoccupazione agricola.

Basta analizzare le tabelle provinciali Inps sul numero di persone impiegate in agricoltura per trovare la plastica conferma che si tratta di un meccanismo diffuso: nella provincia di Latina gli operai agricoli assunti a tempo determinato nel 2017 erano 19.330, mentre quelli con contratti a tempo indeterminato erano 3.478.

Tra i primi, la quasi totalità ha un numero di giornate registrate inferiore a 180. Una circostanza apparentemente sorprendente in un territorio dove quella agricola non è un’attività stagionale, ma è svolta tutto l’anno, con una pausa di massimo un mese nel periodo estivo più caldo.

L’imprenditore che preferisce non rivelare il proprio nome ammette che il sistema è disfunzionale. Ma aggiunge: “Io sarei ben felice di pagare i salari previsti dai contratti provinciali, ma se lo facessi chiuderei il giorno dopo, perché non riuscirei a starci dentro con i costi. I contratti non tengono conto di quanto pagano il prodotto gli acquirenti, in particolare la grande distribuzione organizzata”.

Le responsabilità della grande distribuzione
Le insegne dei supermercati, diventate negli ultimi anni il principale canale di vendita, tendono a pagare sempre meno i prodotti agricoli, generando disfunzioni lungo tutta la filiera. “La discussione sul lavoro in agricoltura e sui bassi salari non è mai inserita in un’ottica più ampia che analizza le cause di questi deplorevoli fenomeni. Si parla tanto di caporalato, di sfruttamento ma raramente si analizza la scarsa valorizzazione del prodotto ortofrutticolo che penalizza la parte agricola”, sottolinea Gennaro Velardo, presidente di Italia Ortofrutta, unione di produttori agricoli molto impegnata nella valorizzazione delle produzioni.

“La politica dei bassi prezzi non dà benefici a nessuno degli attori della filiera. Anzi, sta erodendo il valore dell’ortofrutta agli occhi del consumatore. I produttori che gestiscono una merce altamente deperibile sostenendone tutti i costi certi della produzione sono la parte debole della filiera, hanno difficoltà a fare reddito e a coprire i costi di produzione, dati di fatto questi che determinano una iniqua distribuzione del valore lungo la filiera”, aggiunge Velardo.

Gli operatori agricoli, schiacciati dalle imposizioni della grande distribuzione organizzata, tendono a rifarsi sugli anelli più deboli della filiera, in particolare sui braccianti. Risparmiano sul lavoro – e addossano parte dei costi di manodopera sullo stato, che non percepisce parte dei contributi e paga disoccupazioni non dovute. In una specie di gigantesca partita di giro, il cibo venduto ai consumatori ha un prezzo basso, ma è di fatto sovvenzionato da loro stessi attraverso sussidi non dovuti.

Nella piana del Sele
Questo sistema è talmente diffuso e strutturato che colpisce anche distretti agricoli a più alta redditività, come quello della piana del Sele, in provincia di Salerno. Con i suoi settemila ettari di serre sparsi tra Eboli, Battipaglia e Pontecagnano, questa zona è diventata il principale polo produttivo della “quarta gamma”, l’insalata in busta pronta al consumo e sempre più diffusa nei supermercati.

Il prodotto non è venduto a prezzi bassi: le busta di lattuga o di rucola da cento grammi costa almeno un euro, cioè l’equivalente di dieci euro al chilo. Grazie alla valorizzazione del prodotto, le realtà agricole della zona, hanno fatturati importanti. Alcune hanno creato impianti di lavaggio e imbustaggio dei prodotti raccolti. Altre li vendono a grandi gruppi del nord o all’estero.

Eppure, l’organizzazione del lavoro segue le stesse dinamiche dell’Agro Pontino. I lavoratori – anche qui prevalentemente indiani e marocchini – sono assunti a tempo determinato e hanno buste paga in cui è registrato un numero di giornate inferiore a quelle lavorate. Il resto è pagato in parte al nero, in parte attraverso la disoccupazione agricola, che compensa anche in questo caso il mancato guadagno.

Un bracciante indiano va al lavoro in bici, Sabaudia, luglio 2015. - Maria Feck, Laif/Contrasto

Un bracciante indiano va al lavoro in bici, Sabaudia, luglio 2015. (Maria Feck, Laif/Contrasto)

“Il lavoro grigio è diffuso nell’intero settore produttivo. Aziende di diverse dimensioni e tutti gli stranieri occupati nel settore ne sono interessati: la consuetudine del lavoro grigio è la caratteristica strutturale di ampia parte dell’agricoltura italiana”, sottolinea Gennaro Avallone, ricercatore all’università di Salerno e autore del libro Sfruttamento e resistenze: migrazioni e agricoltura in Europa, Italia, Piana del Sele. “Il lavoro grigio consente di aumentare i profitti, ma anche di tenere costantemente il bracciante in una situazione di ricatto, perché soggetto al rinnovo del contratto necessario per rinnovare anche il permesso di soggiorno”.

In una casupola vicino a Pontecagnano dove vive insieme a quattro suoi connazionali, un bracciante indiano mostra le sue buste paga. Sono identiche a quelle del connazionale che vive e lavora nell’Agro Pontino, salvo che qui non sono indicate le tabelle di conversione. Sventola quella di settembre: sono segnati 12 giorni. “Ma io ho lavorato tutto il mese!”.

Keetan, il nome è di fantasia, sottolinea che una parte gli viene data in contanti – cioè in nero – e che poi ogni anno ottiene la disoccupazione agricola. “Ma con questo reddito non raggiungo la cifra necessaria per attivare il ricongiungimento familiare e far venire qui mia moglie e i miei figli”.

Gli imprenditori della zona interpellati in proposito ammettono tutti – anche se in forma rigorosamente anonima – l’esistenza del lavoro grigio. Alcuni minimizzano, altri sostengono che volentieri farebbero le assunzioni a tempo indeterminato, ma che nessuno dei lavoratori accetterebbe. “Bisognerebbe abolire la disoccupazione agricola per mettere ordine nel sistema!”, dice provocatoriamente uno di loro.

Cambiare il sistema
Alla sede centrale dell’Inps hanno ben chiare le dimensioni del fenomeno. “In vaste aree del paese, l’agricoltura è soggetta a un forte grado di opacità nell’erogazione dei sostegni pubblici”, dice il presidente Tito Boeri, mostrando una serie di tabelle e di documenti che già nel 2015 aveva portato all’attenzione delle commissioni riunite lavoro e agricoltura della camera dei deputati.

“Bisognerebbe cambiare il sistema di registrazione delle giornate e il modo in cui è conteggiata ed erogata la disoccupazione agricola, adeguandola a quella di altri comparti, per i quali vige la nuova assicurazione sociale per l’impiego (un sussidio di disoccupazione pagato su base mensile, ndr)”, continua Boeri.

Oggi la disoccupazione agricola è corrisposta in un’unica soluzione l’anno successivo a quello in cui si è lavorato ed è versata anche se in quel momento si sta lavorando. Si tratta quindi non tanto di un sussidio – giustamente previsto per compensare le stagioni in cui in cui in agricoltura non si lavora – ma di una vera e propria integrazione del reddito.

I finti braccianti
Al danno erariale causato dalle disoccupazioni non dovute e dalla mancata denuncia delle giornate lavorate si aggiunge poi la beffa dei finti braccianti, operai agricoli che non lavorano sulla terra ma percepiscono sussidi e assegni familiari. “I due temi si intrecciano. In alcune aree del paese c’è una coesistenza di lavoro svolto ma non dichiarato e di lavoro fittizio, mai svolto ma dichiarato per beneficiare di sussidi”, sostiene Boeri.

Nelle provincia di Foggia l’esistenza dei finti braccianti non è un segreto per nessuno. “Io vorrei assumere italiani, ma non li riesco a trovare. Eppure, nelle liste Inps ce ne sono migliaia”, si indigna Raffaele Ferrara, presidente dell’organizzazione dei produttori La Palma, che coltiva duecento ettari a pomodoro nella zona di Lesina. “Quello dei finti braccianti è uno scandalo che grida vendetta. Ma nessuno fa nulla”. Nei campi di pomodoro – e in quelli di asparagi, finocchi, carciofi – si vedono solo stranieri.

Eppure nella provincia di Foggia su 49.868 braccianti agricoli registrati nel 2017 il 58 per cento (29.143) è di nazionalità italiana, percentuale che raggiunge il 74 per cento se si considerano solo i braccianti che hanno avuto segnate più di 51 giornate, ossia il numero minimo per accedere agli ammortizzatori sociali. Dove sono tutti questi operai agricoli? “A casa a grattarsi la pancia”, scherza Ferrara.

Sulla rivista “JAMA Internal Medicine” è comparso uno studio scientifico che indaga la possibilità che il consumo di cibo biologico modifichi il rischio di ammalarsi di cancro.

Chi vuole leggere tutto il lavoro può cliccare su questo link  >>Association of Frequency of Organic Food Consumption With Cancer Risk<< 

Chi si accontenta di un riassunto:           Lo studio si intitola associazione tra frequenza del consumo di cibo biologico e rischio di cancro. Lo studio è stato pubblicato su Jama che è una delle riviste più importanti insieme ad altre due a livello internazionale in campo medico. E’ uno studio francese partito nel 2009 che ha analizzato i consumi di 68946 persone.

A queste persone è stato somministrato un questionario che andava a indagare i consumi di cibo biologico di 16 tipi di prodotti: frutta, ortaggi, prodotti a base di soia, prodotti di latteria, carne, pesce, uova, cereali e legumi, pane, farina, oli vegetali e condimenti, cibi pronti, caffè e the, vino, biscotti, cioccolato, zucchero, marmellata, altri cibi.

La frequenza dei consumi è stata poi indagata chiedendo di indicare quanto frequentemente si consumavano questi cibi divisi in 8 categorie:  la maggior parte del tempo, occasionalmente, mai perché è troppo costoso, mai perché prodotto non disponibile, mai perché non sono interessato al cibo biologico, mai perché evito questi prodotti, mai senza nessuna ragione, non lo so. E’ stato quindi assegnato un punteggio di 2 per la scelta “ la maggior parte delle volte”  è 1 punto per la scelta “occasionalmente”. Si è quindi costruito un punteggio da 0 a 32 punti.

Come verifica sono stati poi registrati i consumi di 3 giorni di ogni singolo partecipante lungo un periodo di due settimane che includessero due giorni feriali e uno festivo, andando a misurare peso e/o volume del consumato.

Sono stati ovviamente registrati tutti i dati di malattie pregresse, età, genere, stato occupazionale,  livello di istruzione, stato civile, numero di figli, fumo e rilievi antropometrici; questo per escludere che ci  potessero essere altri fattori aggiuntivi sul rischio di cancro e verificare l’omogeneità del campione statistico.

La media di follow up è stata di 4 anni e mezzo, il 78% dei partecipanti sono state femmine e l’età media è stata di 44 anni. Durante il follow up è stata riscontrata la diagnosi di cancro in 1340 casi di cui 34% cancro alla mammella, 13% cancro alla prostata, 10% cancro alla pelle, 7,4% cancro colon rettale, 3,5% linfoma non Hodgkin.

I maggiori consumatori di cibi biologico sono stati femmine con un elevato status occupazionale e un elevato livello di istruzione.

La popolazione è stata quindi divisa in quattro gruppi di consumatori di cibo biologico a seconda dello score ottenuto (da 0 a 32) con una media di 0.72 per il primo gruppo, 4.95 il secondo gruppo, 10.36 per il terzo gruppo, 19.36 per il quarto gruppo.

Nel confronto tra la popolazione del quarto gruppo è la popolazione del primo gruppo è stato riscontrato un significativo minor rischio di sviluppo di cancro (delle tipologie citate); il campione è stato normalizzato per età genere stato occupazionale livello di istruzione e tutti quei criteri citati in precedenza.

Lo sanno tutti  ma nessuno VUOLE intervenire , ci sono le leggi ma restano inapplicate. Non basta più la denuncia. Serve un boicottaggio attivo della GDO  che denunci i guasti al comparto agro-alimentare italiano , non solo quando si è in presenza di queste tragedie che,quando vengono raccontate,vengono rapidissimamente dimenticate,e le promesse dei governanti restano lettera morta.

Dal sito dell’ANSA l’8 agosto 2018 si leggeva:
Il giorno dopo la morte di 12 braccianti agricoli, tutti immigrati, nell’incidente stradale avvenuto sulla statale 16, nei pressi di Lesina,il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sono arrivati a Foggia. “La bussola di questo governo – anche nell’approccio che abbiamo avuto nei confronti dell’immigrazione – è quella di garantire la dignità della vita e la dignità del lavoro. Per quanto riguarda il fenomeno del caporalato dobbiamo rafforzare gli strumenti di controllo e prevenzione e introdurre misure di sostegno al lavoro agricolo di qualità“: così su Facebook il premier Conte raccontando le ragioni della sua visita a Foggia.

Salvini ai migranti: ‘Aiutiamoci’ – Vertice in prefettura a Foggia convocato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, dopo i due incidenti in cui, sabato scorso e lunedì, sono morti complessivamente 16 braccianti agricoli stranieri. Il vertice con il ministro Salvini segue l’incontro, sempre in prefettura, con il premier Giuseppe Conte. Sia il ministro sia il premier hanno incontrato una delegazione di migranti. Ai giornalisti è stato concesso di entrare nella stanza in cui si tiene la riunione solo per alcuni minuti e per scattare alcune foto. In questo frangente Salvini, parlando con i migranti ha detto loro “aiutiamoci reciprocamente”. Poi il vicepremier e i migranti hanno fatto alcune foto insieme.

La lotta alla mafia e allo sfruttamento è una priorità mia e del governo. Useremo tutte le armi a disposizione per non far nuocere questi delinquenti”, ha detto Salvini al termine del Comitato per l’ordine e la sicurezza a Foggia. “Svuoteremo progressivamente i ghettinon è possibile che in una società avanzata esistano dei ghetti“, ha aggiunto il ministro dell’Interno a Foggia sottolineando che si sta già lavorando e sono a disposizione “alcuni milioni di euro per superare la fase emergenziale”. “Dobbiamo inoltre aggredire – ha aggiunto – i patrimoni dei mafiosi che campano con il caporalato”. “Ho detto ai ragazzi sfruttati che hanno voglia di reinserirsi e lavorare regolarmente sul nostro territorio, che il ministro dell’Interno è al loro fianco. E sono contento che la comunione di intenti sia totale”. Salvini ha anche incontrato una delegazione di migranti.

Si indaga anche per verificare se fossero nelle mani dei caporali i 12 bracciati agricoli: lo rende noto all’ANSA il procuratore della Repubblica di Foggia Ludovico Vaccaro che coordina le indagini avviate in riferimento agli incidenti stradali che hanno provocato nel Foggiano, in poco più di 48 ore, la morte di 16 braccianti agricoli immigrati.

“Sono state avviate due distinte indagini – ha precisato Vaccaro – una riguarda l’incidente stradale, per capire la dinamica e tutto ciò che può averlo causato, anche se c’è da dire che in entrambi i casi sono morti i due autisti dei pullmini sui quali erano stipati i poveri migranti. L’altra indagine è stata avviata sul caporalato”. “Stiamo cercando di individuare – aggiunge il procuratore – le aziende in cui hanno lavorato gli immigrati per verificare anche le eventuali condizioni disumane in cui lavoravano. Si stanno verificando gli orari, per vedere da che ora a che ora hanno lavorato, capire se c’è stato sfruttamento ed intermediazione”.

“Questa povera gente ha avuto problemi anche per trovare posto in ospedale. Sono dovuto intervenire personalmente per far sì che venissero trovati posti sia a Foggia che in altri ospedali della provincia”. Lo racconta all’ANSA il procuratore della Repubblica di Foggia Ludovico Vaccaro, che parlando dei feriti degli incidenti stradali che hanno provocato nel Foggiano, in poco più di 48 ore, la morte di 16 braccianti agricoli immigrati, pone l’accento su un problema sul quale è dovuto intervenire personalmente per evitare una situazione a dir poco incresciosa. “Io credo – ha aggiunto Vaccaro – che ci sia bisogno di interventi straordinari per risolvere una situazione divenuta tragica, insostenibile. Non è possibile assistere ad uno scempio del genere, sulla pelle di povere persone che vengono qui con la speranza di poter migliorare le loro condizioni di vita”.

LUNEDI’ 6 AGOSTO – Erano in 14, probabilmente viaggiavano in piedi, stipati in un furgoncino bianco con targa bulgara che poteva trasportare al massimo otto persone e che si è capovolto sull’asfalto dopo lo schianto: una scena apocalittica, con i corpi straziati tra le lamiere. Dodici i morti, tre i feriti. Le vittime sono tutti braccianti agricoli extracomunitari che tornavano da un’altra dura giornata di lavoro nelle campagne del Foggiano. L’impatto tra il pulmino ed un tir che trasportava un carico di farinacei, è avvenuto sulla statale 16, all’altezza dello svincolo per Ripalta, nel territorio di Lesina, nel Foggiano.

Sale così a 16 il numero dei morti che si contano in due incidenti stradali avvenuti a poco più di 48 ore di distanza l’uno dall’altro e che mostrano drammaticamente, per una tragica fatalità, le stesse modalità e circostanze. Solo sabato scorso, allo stesso orario, le 15.30, altri quattro braccianti nordafricani che erano a bordo di un pulmino bianco sono morti nell’impatto con un tir carico di pomodori, sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri. Quattro i feriti, anche loro migranti, che sono ricoverati in gravi condizioni in ospedale. Su questo incidente, che ha mobilitato tutte le sigle sindacali, si indaga per caporalato, per verificare, cioè, se le vittime fossero nelle mani di caporali. La stessa indagine potrebbe ora riguardare anche l’incidente stradale di lunedì. Sembra che il furgone con a bordo i migranti stesse procedendo verso San Severo quando l’autista, forse a causa di un colpo di sonno o forse per un malore, avrebbe perso il controllo del mezzo che ha invaso la corsia opposta, scontrandosi frontalmente con il tir carico di farinacei che viaggiava in direzione opposta. Dodici braccianti sono morti sul colpo. I tre feriti, tra cui anche l’autista del camion, sono stati ricoverati nell’ospedale di San Severo: nessuno di loro è in pericolo di vita. Per estrarre le vittime dalle lamiere i vigili del fuoco hanno fatto intervenire una gru. Sul posto anche i carabinieri, la polizia stradale e ambulanze del 118. Anche in questo caso, come già si è verificato sabato scorso, le vittime non avevano documenti di riconoscimento e la loro identificazione richiederà tempo.

E’ probabile, così come è stato accertato per le vittime di sabato, che il furgone carico di migranti, per lo più africani, stesse rientrando nel Ghetto di Rignano, sgomberato nel 2017 e dove in realtà ne è già sorto un altro, con circa 600 roulotte. L’Aula del Senato ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime. Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha annunciato che saranno avviate tutte le procedure per un aumento del numero degli ispettori contro la piaga del caporalato. E il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha detto che chiederà controlli a tappeto per combattere sfruttamento e caporalato.

Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, è convinto che “si può, si deve fare qualcosa e subito” e precisa che la Regione ha stanziato le risorse per garantire un trasporto più sicuro dei lavoratori dell’agricoltura. “Ma per predisporre un servizio di trasporto pubblico – dice – è necessaria la collaborazione delle aziende agricole che, con la massima trasparenza, devono farne richiesta comunicando numero di lavoratori, orari di lavoro, tragitti di percorrenza. Questo non avviene mai, non è mai avvenuto sino ad oggi”.

 

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Il seguente articolo è tratto da

 

 

I Paesi membri dell’Ue, inclusa l’Italia, hanno approvato a larga maggioranza, con le sole astensioni di Germania e Lussemburgo, il regolamento esecutivo sull’indicazione in etichetta dell’origine dell’ingrediente principale degli alimenti, come il grano per la pasta o il latte. Le norme specificano le modalità con cui i produttori saranno obbligati a fornire informazioni sull’origine in etichetta quando il luogo di provenienza dell’alimento è indicato o anche semplicemente evocato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario. Ad esempio, come riporta Il Salvagente, se un pacco di pasta lavorata in Italia riporta il tricolore dovrà indicare se l’origine del grano è estera, se cioè “l’ingrediente prevalente” proviene da altro paese. Così come un salume dovrà specificare l’origine della carne suina proviene dalla Germania o dalla Polonia e sulla confezione si fa riferimento con “segni, simboli” all’italianità del prodotto.

Il regolamento lascia molta flessibilità sulla portata geografica del riferimento all’origine (da ‘Ue / non Ue’, fino all’indicazione del paese o della regione), non si applica ai prodotti Dop, Igp e Stg, né quelli a marchio registrato. Inoltre, le norme previste non si allineano pienamente a quelle italiane di recente approvazione su pasta, riso, latte (come prodotto e come ingrediente) e prodotti del pomodoro.

“La Commissione Europea ha perso l’occasione per combattere il fake a tavola con una etichetta trasparente che indichi obbligatoriamente l’origine degli ingredienti impiegati in tutti gli alimenti”, afferma la Coldiretti dichiarandosi nettamente contraria all’approvazione del Regolamento europeo. “La Commissione ha scelto un compromesso al ribasso che favorisce gli inganni e impedisce scelte di acquisto consapevoli per i consumatori europei”.

Dura la presa di posizione anche di Federconsumatori che definisce “assolutamente incomprensibile e inaccettabile” la linea adottata dai rappresentanti italiani nelle istituzioni europee in merito al regolamento. “È gravissimo che a livello europeo venga approvato, per di più con il voto del nostro Paese, un testo che in sostanza autorizza informazioni incomplete e non trasparenti che minano il fondamentale diritto all’informazione, alla trasparenza e alla sicurezza alimentare”, dichiara Emilio Viafora, presidente di Federconsumatori.

L’associazione ricorda che più volte era stato chiesto all’Unione Europea di rendere omogenee le disposizioni in materia di etichettatura in tutti gli Stati membri “ma non pensavamo certo che per farlo venissero cancellati gli obblighi già esistenti invece di imporne di nuovi laddove necessario”.

“Si tratta di un regolamento che non tutela il consumatore e non fornisce adeguate garanzie in fatto di trasparenza sull’origine degli alimenti”, rincara la dose Carlo Rienzi di Codacons. “Le norme introducono una flessibilità eccessiva che impedirà ai cittadini di conoscere la reale provenienza delle materie prime al momento dell’acquisto per una moltitudine di prodotti”.

“Ciò che realmente serviva era un regolamento rigido, sulla scorta della normativa introdotta di recente in Italia per pasta, riso, formaggi, ecc., che obbligasse in modo certo e definitivo i produttori ad indicare il paese di origine delle materie prime. In tal senso il regolamento Ue non solo è insoddisfacente, ma rappresenta un passo indietro nella battaglia per la trasparenza alimentare”, conclude il presidente di Codacons.

L’articolo che segue è di di Paola Somma ed è tratto da Comune-info logo

Paola Somma è Urbanista, già docente allo Iuav di Venezia è autrice di diversi libri tra cui Mercanti in fiera e Benettown (Corte del fontego):

I vertici della società francese Veolia hanno reagito furiosamente alla decisione con la quale il governo del Gabon, il 16 febbraio, ha annullato la concessione per la produzione e distribuzione di acqua ed energia elettrica, ed hanno dichiarato di voler intraprendere azioni legali contro il “brutale esproprio” e per aver indietro “quello che ci spetta di diritto”.

È quindi iniziato uno scambio di accuse che, al di là delle ragioni di merito, mostra in modo esemplare come le attività predatorie delle multinazionali nei paesi africani siano pianificate, organizzate e realizzate dagli investitori internazionali con la complicità delle autorità locali.

Decisa nel 1997, la privatizzazione dell’acqua e dell’elettricità in Gabon, e la relativa concessione ventennale accordata a Veolia (allora denominata Vivendi), è la prima privatizzazione di un servizio di pubblica utilità realizzata nell’Africa a sud del Sahara.
I termini dell’accordo furono studiati e messi a punto da IFC International Finance Corporation, la branca della Banca mondiale che si occupa di fornire consulenza e “aiutare i paesi in via di sviluppo” a privatizzare le infrastrutture e i servizi ai cittadini.
Non stupisce, perciò, che nei rapporti degli esperti finanziari l’attività della SEEG Societé d’energie et d’eau au Gabon venga esaltata come un virtuoso caso di partenariato.
In realtà, nel ventennio della gestione di Veolia, che possiede il 51 per cento delle azioni – la restante parte è divisa tra investitori istituzionali e privati – la società è diventata profittevole e ha distribuito dividendi, ma il servizio non è migliorato. Le frequenti interruzioni nell’erogazione di elettricità, la qualità scadente dell’acqua e la mancata estensione delle reti per raggiungere le zone rurali del paese, i cui abitanti non raggiungono i due milioni, ma sono insediati in modo molto sparso, hanno suscitato ripetute proteste, rimaste tutte inascoltate. Il governo, anzi, non solo non ha mai preso provvedimenti contro la concessionaria che, per contratto, si era impegnata ad attuare ingenti investimenti, ma ha autorizzato sostanziosi aumenti delle tariffe che, dal 2009 al 2014 sono cresciute rispettivamente del 75 per cento quelle dell’elettricità e del 48,2 per cento quelle dell’acqua.

Nell’aprile del 2017, alla scadenza della concessione, il governo del Gabon ha dapprima dichiarato di non volerla rinnovare; poi alcuni ministri sono stati convocati a Parigi dall’allora presidente Hollande – che, nell’imminenza delle elezioni cercava di accreditarsi nel ruolo di protettore degli interessi francesi (Veolia è la seconda società francese attiva in Gabon, dopo Total) – e sono stati convinti a concedere una proroga di cinque anni e a negoziare sui punti controversi.

Ora, l’inaspettato gesto con cui il governo del Gabon ha requisito la sede della società a Libreville e revocato la concessione, più che un segno di attenzione per il benessere dei propri cittadini, appare come il tentativo da parte del presidente Ali Bongo – erede di una famiglia ininterrottamente al potere dal 1967, grazie all’intervento, anche armato, dei francesi – di allargare il consenso popolare in vista delle elezioni che si svolgeranno nel prossimo mese di aprile.

Se non è improbabile che dopo le elezioni tutto torni come prima, in ogni caso le accuse e le minacce, con le quali Veolia e le autorità del Gabon si fronteggiano da due mesi, dimostrano la malafede di entrambe le parti.

Il ministro dell’ambiente gabonese accusa Veolia di aver provocato seri danni ambientali mettendo in pericolo la salute della popolazione. Chiedendosi retoricamente “se anche in Francia Veolia può scaricare rifiuti tossici nei fiumi”, il ministro protesta perché la società non dispone di attrezzature appropriate per il trattamento dei rifiuti degli idrocarburi, con il risultato che a Lambaréné “gli idrocarburi sono riversati direttamente nell’Ogooué, proprio dove la SEEG preleva l’acqua destinata al consumo delle famiglie”; a Ndjolé l’Ogooué “serve come ricettacolo degli oli e gasolio scaricati dalla centrale della SEEG”, e anche a Mitzic e a Oyem, i laghi e I fiumi sono “selvaggiamente inquinati”. Il ministro ha anche dichiarato che “nulla si sa sugli effetti che l’inquinamento ha avuto o può avere sulla salute della popolazione e che bisogna applicare “il principio che chi inquina paga e obbligare Veolia a decontaminare i siti e a procedere alle riparazioni e ai risarcimenti”.

Dal canto suo, Veolia sostiene di non avere inquinato nessun sito e che, in ogni caso, i ministri del Gabon erano perfettamente al corrente della situazione in quanto membri del consiglio di amministrazione della società. Dopo di che è passata alle minacce. Intervistato dal Financial Times, l’amministratore delegato Antoine Frérot, ha detto che si tratta di “una decisione politica e populista che avrà forti conseguenze finanziarie, perché compromette investimenti a lungo termine in Africa”. E il segretario generale della società, Helmas le Pas de Secheval, ha aggiunto “questo esproprio illegale nuocerà non solo al Gabon, ma all’Africa tutta intera.. tutti i paesi del continente hanno bisogno disperato di infrastrutture vitali come accesso a acqua ed energia… noi temiamo l’impatto per la popolazione gabonese di un clima catastrofico per gli investimenti stranieri”.

Quindi, per riavere quello che “ci spetta di diritto e che ci è stato tolto con un atto brutale senza fondamento giuridico”, l’8 marzo, Veolia ha depositato una richiesta di conciliazione presso ICSID il centro internazionale creato dalla Banca mondiale per la “risoluzione di controversie relative ad investimenti”. In caso di fallimento della conciliazione, Veolia presenterà una richiesta di arbitrato presso “il tribunale” della Banca mondiale, che già in passato ha condannato il Gabon a pagare 184 milioni di euro alla società belga Transurb per una vertenza relativa alla costruzione di una ferrovia!
Mentre Veolia chiede giustizia a Washington, il Gabon si rivolge ancora a Parigi. Da un lato, per dimostrare la veridicità delle accuse di inquinamento, ha chiesto l’assistenza di Pascal Canfin, già ministro dello sviluppo di Hollande dopo essere stato eurodeputato nel gruppo dei verdi; dall’altro, per rassicurare gli investitori, ha inviato a Parigi il portavoce del presidente il quale, durante un incontro con le associazioni degli industriali, non ha escluso che la prossima concessione dell’acqua e dell’energia elettrica venga accordata ancora ad un gruppo francese.

In attesa delle sentenze, le uniche certezze per i cittadini gabonesi sembrano l’acqua inquinata e il pagamento delle spese legali.