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Sulla rivista “JAMA Internal Medicine” è comparso uno studio scientifico che indaga la possibilità che il consumo di cibo biologico modifichi il rischio di ammalarsi di cancro.

Chi vuole leggere tutto il lavoro può cliccare su questo link  >>Association of Frequency of Organic Food Consumption With Cancer Risk<< 

Chi si accontenta di un riassunto:           Lo studio si intitola associazione tra frequenza del consumo di cibo biologico e rischio di cancro. Lo studio è stato pubblicato su Jama che è una delle riviste più importanti insieme ad altre due a livello internazionale in campo medico. E’ uno studio francese partito nel 2009 che ha analizzato i consumi di 68946 persone.

A queste persone è stato somministrato un questionario che andava a indagare i consumi di cibo biologico di 16 tipi di prodotti: frutta, ortaggi, prodotti a base di soia, prodotti di latteria, carne, pesce, uova, cereali e legumi, pane, farina, oli vegetali e condimenti, cibi pronti, caffè e the, vino, biscotti, cioccolato, zucchero, marmellata, altri cibi.

La frequenza dei consumi è stata poi indagata chiedendo di indicare quanto frequentemente si consumavano questi cibi divisi in 8 categorie:  la maggior parte del tempo, occasionalmente, mai perché è troppo costoso, mai perché prodotto non disponibile, mai perché non sono interessato al cibo biologico, mai perché evito questi prodotti, mai senza nessuna ragione, non lo so. E’ stato quindi assegnato un punteggio di 2 per la scelta “ la maggior parte delle volte”  è 1 punto per la scelta “occasionalmente”. Si è quindi costruito un punteggio da 0 a 32 punti.

Come verifica sono stati poi registrati i consumi di 3 giorni di ogni singolo partecipante lungo un periodo di due settimane che includessero due giorni feriali e uno festivo, andando a misurare peso e/o volume del consumato.

Sono stati ovviamente registrati tutti i dati di malattie pregresse, età, genere, stato occupazionale,  livello di istruzione, stato civile, numero di figli, fumo e rilievi antropometrici; questo per escludere che ci  potessero essere altri fattori aggiuntivi sul rischio di cancro e verificare l’omogeneità del campione statistico.

La media di follow up è stata di 4 anni e mezzo, il 78% dei partecipanti sono state femmine e l’età media è stata di 44 anni. Durante il follow up è stata riscontrata la diagnosi di cancro in 1340 casi di cui 34% cancro alla mammella, 13% cancro alla prostata, 10% cancro alla pelle, 7,4% cancro colon rettale, 3,5% linfoma non Hodgkin.

I maggiori consumatori di cibi biologico sono stati femmine con un elevato status occupazionale e un elevato livello di istruzione.

La popolazione è stata quindi divisa in quattro gruppi di consumatori di cibo biologico a seconda dello score ottenuto (da 0 a 32) con una media di 0.72 per il primo gruppo, 4.95 il secondo gruppo, 10.36 per il terzo gruppo, 19.36 per il quarto gruppo.

Nel confronto tra la popolazione del quarto gruppo è la popolazione del primo gruppo è stato riscontrato un significativo minor rischio di sviluppo di cancro (delle tipologie citate); il campione è stato normalizzato per età genere stato occupazionale livello di istruzione e tutti quei criteri citati in precedenza.

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Lo sanno tutti  ma nessuno VUOLE intervenire , ci sono le leggi ma restano inapplicate. Non basta più la denuncia. Serve un boicottaggio attivo della GDO  che denunci i guasti al comparto agro-alimentare italiano , non solo quando si è in presenza di queste tragedie che,quando vengono raccontate,vengono rapidissimamente dimenticate,e le promesse dei governanti restano lettera morta.

Dal sito dell’ANSA l’8 agosto 2018 si leggeva:
Il giorno dopo la morte di 12 braccianti agricoli, tutti immigrati, nell’incidente stradale avvenuto sulla statale 16, nei pressi di Lesina,il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sono arrivati a Foggia. “La bussola di questo governo – anche nell’approccio che abbiamo avuto nei confronti dell’immigrazione – è quella di garantire la dignità della vita e la dignità del lavoro. Per quanto riguarda il fenomeno del caporalato dobbiamo rafforzare gli strumenti di controllo e prevenzione e introdurre misure di sostegno al lavoro agricolo di qualità“: così su Facebook il premier Conte raccontando le ragioni della sua visita a Foggia.

Salvini ai migranti: ‘Aiutiamoci’ – Vertice in prefettura a Foggia convocato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, dopo i due incidenti in cui, sabato scorso e lunedì, sono morti complessivamente 16 braccianti agricoli stranieri. Il vertice con il ministro Salvini segue l’incontro, sempre in prefettura, con il premier Giuseppe Conte. Sia il ministro sia il premier hanno incontrato una delegazione di migranti. Ai giornalisti è stato concesso di entrare nella stanza in cui si tiene la riunione solo per alcuni minuti e per scattare alcune foto. In questo frangente Salvini, parlando con i migranti ha detto loro “aiutiamoci reciprocamente”. Poi il vicepremier e i migranti hanno fatto alcune foto insieme.

La lotta alla mafia e allo sfruttamento è una priorità mia e del governo. Useremo tutte le armi a disposizione per non far nuocere questi delinquenti”, ha detto Salvini al termine del Comitato per l’ordine e la sicurezza a Foggia. “Svuoteremo progressivamente i ghettinon è possibile che in una società avanzata esistano dei ghetti“, ha aggiunto il ministro dell’Interno a Foggia sottolineando che si sta già lavorando e sono a disposizione “alcuni milioni di euro per superare la fase emergenziale”. “Dobbiamo inoltre aggredire – ha aggiunto – i patrimoni dei mafiosi che campano con il caporalato”. “Ho detto ai ragazzi sfruttati che hanno voglia di reinserirsi e lavorare regolarmente sul nostro territorio, che il ministro dell’Interno è al loro fianco. E sono contento che la comunione di intenti sia totale”. Salvini ha anche incontrato una delegazione di migranti.

Si indaga anche per verificare se fossero nelle mani dei caporali i 12 bracciati agricoli: lo rende noto all’ANSA il procuratore della Repubblica di Foggia Ludovico Vaccaro che coordina le indagini avviate in riferimento agli incidenti stradali che hanno provocato nel Foggiano, in poco più di 48 ore, la morte di 16 braccianti agricoli immigrati.

“Sono state avviate due distinte indagini – ha precisato Vaccaro – una riguarda l’incidente stradale, per capire la dinamica e tutto ciò che può averlo causato, anche se c’è da dire che in entrambi i casi sono morti i due autisti dei pullmini sui quali erano stipati i poveri migranti. L’altra indagine è stata avviata sul caporalato”. “Stiamo cercando di individuare – aggiunge il procuratore – le aziende in cui hanno lavorato gli immigrati per verificare anche le eventuali condizioni disumane in cui lavoravano. Si stanno verificando gli orari, per vedere da che ora a che ora hanno lavorato, capire se c’è stato sfruttamento ed intermediazione”.

“Questa povera gente ha avuto problemi anche per trovare posto in ospedale. Sono dovuto intervenire personalmente per far sì che venissero trovati posti sia a Foggia che in altri ospedali della provincia”. Lo racconta all’ANSA il procuratore della Repubblica di Foggia Ludovico Vaccaro, che parlando dei feriti degli incidenti stradali che hanno provocato nel Foggiano, in poco più di 48 ore, la morte di 16 braccianti agricoli immigrati, pone l’accento su un problema sul quale è dovuto intervenire personalmente per evitare una situazione a dir poco incresciosa. “Io credo – ha aggiunto Vaccaro – che ci sia bisogno di interventi straordinari per risolvere una situazione divenuta tragica, insostenibile. Non è possibile assistere ad uno scempio del genere, sulla pelle di povere persone che vengono qui con la speranza di poter migliorare le loro condizioni di vita”.

LUNEDI’ 6 AGOSTO – Erano in 14, probabilmente viaggiavano in piedi, stipati in un furgoncino bianco con targa bulgara che poteva trasportare al massimo otto persone e che si è capovolto sull’asfalto dopo lo schianto: una scena apocalittica, con i corpi straziati tra le lamiere. Dodici i morti, tre i feriti. Le vittime sono tutti braccianti agricoli extracomunitari che tornavano da un’altra dura giornata di lavoro nelle campagne del Foggiano. L’impatto tra il pulmino ed un tir che trasportava un carico di farinacei, è avvenuto sulla statale 16, all’altezza dello svincolo per Ripalta, nel territorio di Lesina, nel Foggiano.

Sale così a 16 il numero dei morti che si contano in due incidenti stradali avvenuti a poco più di 48 ore di distanza l’uno dall’altro e che mostrano drammaticamente, per una tragica fatalità, le stesse modalità e circostanze. Solo sabato scorso, allo stesso orario, le 15.30, altri quattro braccianti nordafricani che erano a bordo di un pulmino bianco sono morti nell’impatto con un tir carico di pomodori, sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri. Quattro i feriti, anche loro migranti, che sono ricoverati in gravi condizioni in ospedale. Su questo incidente, che ha mobilitato tutte le sigle sindacali, si indaga per caporalato, per verificare, cioè, se le vittime fossero nelle mani di caporali. La stessa indagine potrebbe ora riguardare anche l’incidente stradale di lunedì. Sembra che il furgone con a bordo i migranti stesse procedendo verso San Severo quando l’autista, forse a causa di un colpo di sonno o forse per un malore, avrebbe perso il controllo del mezzo che ha invaso la corsia opposta, scontrandosi frontalmente con il tir carico di farinacei che viaggiava in direzione opposta. Dodici braccianti sono morti sul colpo. I tre feriti, tra cui anche l’autista del camion, sono stati ricoverati nell’ospedale di San Severo: nessuno di loro è in pericolo di vita. Per estrarre le vittime dalle lamiere i vigili del fuoco hanno fatto intervenire una gru. Sul posto anche i carabinieri, la polizia stradale e ambulanze del 118. Anche in questo caso, come già si è verificato sabato scorso, le vittime non avevano documenti di riconoscimento e la loro identificazione richiederà tempo.

E’ probabile, così come è stato accertato per le vittime di sabato, che il furgone carico di migranti, per lo più africani, stesse rientrando nel Ghetto di Rignano, sgomberato nel 2017 e dove in realtà ne è già sorto un altro, con circa 600 roulotte. L’Aula del Senato ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime. Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha annunciato che saranno avviate tutte le procedure per un aumento del numero degli ispettori contro la piaga del caporalato. E il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha detto che chiederà controlli a tappeto per combattere sfruttamento e caporalato.

Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, è convinto che “si può, si deve fare qualcosa e subito” e precisa che la Regione ha stanziato le risorse per garantire un trasporto più sicuro dei lavoratori dell’agricoltura. “Ma per predisporre un servizio di trasporto pubblico – dice – è necessaria la collaborazione delle aziende agricole che, con la massima trasparenza, devono farne richiesta comunicando numero di lavoratori, orari di lavoro, tragitti di percorrenza. Questo non avviene mai, non è mai avvenuto sino ad oggi”.

 

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Il seguente articolo è tratto da

 

 

I Paesi membri dell’Ue, inclusa l’Italia, hanno approvato a larga maggioranza, con le sole astensioni di Germania e Lussemburgo, il regolamento esecutivo sull’indicazione in etichetta dell’origine dell’ingrediente principale degli alimenti, come il grano per la pasta o il latte. Le norme specificano le modalità con cui i produttori saranno obbligati a fornire informazioni sull’origine in etichetta quando il luogo di provenienza dell’alimento è indicato o anche semplicemente evocato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario. Ad esempio, come riporta Il Salvagente, se un pacco di pasta lavorata in Italia riporta il tricolore dovrà indicare se l’origine del grano è estera, se cioè “l’ingrediente prevalente” proviene da altro paese. Così come un salume dovrà specificare l’origine della carne suina proviene dalla Germania o dalla Polonia e sulla confezione si fa riferimento con “segni, simboli” all’italianità del prodotto.

Il regolamento lascia molta flessibilità sulla portata geografica del riferimento all’origine (da ‘Ue / non Ue’, fino all’indicazione del paese o della regione), non si applica ai prodotti Dop, Igp e Stg, né quelli a marchio registrato. Inoltre, le norme previste non si allineano pienamente a quelle italiane di recente approvazione su pasta, riso, latte (come prodotto e come ingrediente) e prodotti del pomodoro.

“La Commissione Europea ha perso l’occasione per combattere il fake a tavola con una etichetta trasparente che indichi obbligatoriamente l’origine degli ingredienti impiegati in tutti gli alimenti”, afferma la Coldiretti dichiarandosi nettamente contraria all’approvazione del Regolamento europeo. “La Commissione ha scelto un compromesso al ribasso che favorisce gli inganni e impedisce scelte di acquisto consapevoli per i consumatori europei”.

Dura la presa di posizione anche di Federconsumatori che definisce “assolutamente incomprensibile e inaccettabile” la linea adottata dai rappresentanti italiani nelle istituzioni europee in merito al regolamento. “È gravissimo che a livello europeo venga approvato, per di più con il voto del nostro Paese, un testo che in sostanza autorizza informazioni incomplete e non trasparenti che minano il fondamentale diritto all’informazione, alla trasparenza e alla sicurezza alimentare”, dichiara Emilio Viafora, presidente di Federconsumatori.

L’associazione ricorda che più volte era stato chiesto all’Unione Europea di rendere omogenee le disposizioni in materia di etichettatura in tutti gli Stati membri “ma non pensavamo certo che per farlo venissero cancellati gli obblighi già esistenti invece di imporne di nuovi laddove necessario”.

“Si tratta di un regolamento che non tutela il consumatore e non fornisce adeguate garanzie in fatto di trasparenza sull’origine degli alimenti”, rincara la dose Carlo Rienzi di Codacons. “Le norme introducono una flessibilità eccessiva che impedirà ai cittadini di conoscere la reale provenienza delle materie prime al momento dell’acquisto per una moltitudine di prodotti”.

“Ciò che realmente serviva era un regolamento rigido, sulla scorta della normativa introdotta di recente in Italia per pasta, riso, formaggi, ecc., che obbligasse in modo certo e definitivo i produttori ad indicare il paese di origine delle materie prime. In tal senso il regolamento Ue non solo è insoddisfacente, ma rappresenta un passo indietro nella battaglia per la trasparenza alimentare”, conclude il presidente di Codacons.

L’articolo che segue è di di Paola Somma ed è tratto da Comune-info logo

Paola Somma è Urbanista, già docente allo Iuav di Venezia è autrice di diversi libri tra cui Mercanti in fiera e Benettown (Corte del fontego):

I vertici della società francese Veolia hanno reagito furiosamente alla decisione con la quale il governo del Gabon, il 16 febbraio, ha annullato la concessione per la produzione e distribuzione di acqua ed energia elettrica, ed hanno dichiarato di voler intraprendere azioni legali contro il “brutale esproprio” e per aver indietro “quello che ci spetta di diritto”.

È quindi iniziato uno scambio di accuse che, al di là delle ragioni di merito, mostra in modo esemplare come le attività predatorie delle multinazionali nei paesi africani siano pianificate, organizzate e realizzate dagli investitori internazionali con la complicità delle autorità locali.

Decisa nel 1997, la privatizzazione dell’acqua e dell’elettricità in Gabon, e la relativa concessione ventennale accordata a Veolia (allora denominata Vivendi), è la prima privatizzazione di un servizio di pubblica utilità realizzata nell’Africa a sud del Sahara.
I termini dell’accordo furono studiati e messi a punto da IFC International Finance Corporation, la branca della Banca mondiale che si occupa di fornire consulenza e “aiutare i paesi in via di sviluppo” a privatizzare le infrastrutture e i servizi ai cittadini.
Non stupisce, perciò, che nei rapporti degli esperti finanziari l’attività della SEEG Societé d’energie et d’eau au Gabon venga esaltata come un virtuoso caso di partenariato.
In realtà, nel ventennio della gestione di Veolia, che possiede il 51 per cento delle azioni – la restante parte è divisa tra investitori istituzionali e privati – la società è diventata profittevole e ha distribuito dividendi, ma il servizio non è migliorato. Le frequenti interruzioni nell’erogazione di elettricità, la qualità scadente dell’acqua e la mancata estensione delle reti per raggiungere le zone rurali del paese, i cui abitanti non raggiungono i due milioni, ma sono insediati in modo molto sparso, hanno suscitato ripetute proteste, rimaste tutte inascoltate. Il governo, anzi, non solo non ha mai preso provvedimenti contro la concessionaria che, per contratto, si era impegnata ad attuare ingenti investimenti, ma ha autorizzato sostanziosi aumenti delle tariffe che, dal 2009 al 2014 sono cresciute rispettivamente del 75 per cento quelle dell’elettricità e del 48,2 per cento quelle dell’acqua.

Nell’aprile del 2017, alla scadenza della concessione, il governo del Gabon ha dapprima dichiarato di non volerla rinnovare; poi alcuni ministri sono stati convocati a Parigi dall’allora presidente Hollande – che, nell’imminenza delle elezioni cercava di accreditarsi nel ruolo di protettore degli interessi francesi (Veolia è la seconda società francese attiva in Gabon, dopo Total) – e sono stati convinti a concedere una proroga di cinque anni e a negoziare sui punti controversi.

Ora, l’inaspettato gesto con cui il governo del Gabon ha requisito la sede della società a Libreville e revocato la concessione, più che un segno di attenzione per il benessere dei propri cittadini, appare come il tentativo da parte del presidente Ali Bongo – erede di una famiglia ininterrottamente al potere dal 1967, grazie all’intervento, anche armato, dei francesi – di allargare il consenso popolare in vista delle elezioni che si svolgeranno nel prossimo mese di aprile.

Se non è improbabile che dopo le elezioni tutto torni come prima, in ogni caso le accuse e le minacce, con le quali Veolia e le autorità del Gabon si fronteggiano da due mesi, dimostrano la malafede di entrambe le parti.

Il ministro dell’ambiente gabonese accusa Veolia di aver provocato seri danni ambientali mettendo in pericolo la salute della popolazione. Chiedendosi retoricamente “se anche in Francia Veolia può scaricare rifiuti tossici nei fiumi”, il ministro protesta perché la società non dispone di attrezzature appropriate per il trattamento dei rifiuti degli idrocarburi, con il risultato che a Lambaréné “gli idrocarburi sono riversati direttamente nell’Ogooué, proprio dove la SEEG preleva l’acqua destinata al consumo delle famiglie”; a Ndjolé l’Ogooué “serve come ricettacolo degli oli e gasolio scaricati dalla centrale della SEEG”, e anche a Mitzic e a Oyem, i laghi e I fiumi sono “selvaggiamente inquinati”. Il ministro ha anche dichiarato che “nulla si sa sugli effetti che l’inquinamento ha avuto o può avere sulla salute della popolazione e che bisogna applicare “il principio che chi inquina paga e obbligare Veolia a decontaminare i siti e a procedere alle riparazioni e ai risarcimenti”.

Dal canto suo, Veolia sostiene di non avere inquinato nessun sito e che, in ogni caso, i ministri del Gabon erano perfettamente al corrente della situazione in quanto membri del consiglio di amministrazione della società. Dopo di che è passata alle minacce. Intervistato dal Financial Times, l’amministratore delegato Antoine Frérot, ha detto che si tratta di “una decisione politica e populista che avrà forti conseguenze finanziarie, perché compromette investimenti a lungo termine in Africa”. E il segretario generale della società, Helmas le Pas de Secheval, ha aggiunto “questo esproprio illegale nuocerà non solo al Gabon, ma all’Africa tutta intera.. tutti i paesi del continente hanno bisogno disperato di infrastrutture vitali come accesso a acqua ed energia… noi temiamo l’impatto per la popolazione gabonese di un clima catastrofico per gli investimenti stranieri”.

Quindi, per riavere quello che “ci spetta di diritto e che ci è stato tolto con un atto brutale senza fondamento giuridico”, l’8 marzo, Veolia ha depositato una richiesta di conciliazione presso ICSID il centro internazionale creato dalla Banca mondiale per la “risoluzione di controversie relative ad investimenti”. In caso di fallimento della conciliazione, Veolia presenterà una richiesta di arbitrato presso “il tribunale” della Banca mondiale, che già in passato ha condannato il Gabon a pagare 184 milioni di euro alla società belga Transurb per una vertenza relativa alla costruzione di una ferrovia!
Mentre Veolia chiede giustizia a Washington, il Gabon si rivolge ancora a Parigi. Da un lato, per dimostrare la veridicità delle accuse di inquinamento, ha chiesto l’assistenza di Pascal Canfin, già ministro dello sviluppo di Hollande dopo essere stato eurodeputato nel gruppo dei verdi; dall’altro, per rassicurare gli investitori, ha inviato a Parigi il portavoce del presidente il quale, durante un incontro con le associazioni degli industriali, non ha escluso che la prossima concessione dell’acqua e dell’energia elettrica venga accordata ancora ad un gruppo francese.

In attesa delle sentenze, le uniche certezze per i cittadini gabonesi sembrano l’acqua inquinata e il pagamento delle spese legali.

 

  La Campagna Stop TTIP/Stop CETA pubblica documento interno dell’UE con l’agenda dei lavori e lancia un appello: “La prossima settimana a Ottawa i nostri diritti saranno messi in discussione da un comitato tecnico non trasparente. I nuovi parlamentari intervengano subito”

ROMA, 21 marzo 2018 – Negare o autorizzare l’utilizzo di alcuni fungicidi, rimettere in discussione i veti nazionali sul glifosato, armonizzare le regole che consentono di importare o esportare alimenti tra Canada e Unione Europea. E il tutto senza il controllo dei Parlamenti, diretta espressione delle cittadine e dei cittadini europei. Accadrà tra pochi giorni, il 26 e il 27 marzo a Ottawa, quando si terrà la prima riunione del Comitato congiunto sulle misure sanitarie e fitosanitarie creato dal CETA, l’accordo di libero scambio concluso tra Unione Europea e Canada e in via di ratifica nei Parlamenti degli Stati membri, Italia compresa. Un comitato composto da rappresentanti della Commissione Europea, del Governo canadese, delle imprese e degli enti regolatori, senza alcuna traccia di organismi eletti.
Per denunciare la scarsa trasparenza di questi meccanismi, la campagna StopTTIP/StopCETA pubblica un documento ad accesso ristretto (“Limided”) trapelato dagli uffici della DG Sante della Commissione UE, che reca l’agenda del meeting a porte chiuse in programma lunedì e martedì prossimo.

Tra i temi all’ordine del giorno ve ne sono molti di stretto interesse per i cittadini e per i produttori agricoli, che però verranno trattati in segreto e fuori dal controllo diretto dei Parlamenti o della società civile. I tecnici europei e canadesi, insieme ai rappresentanti del settore privato, si scambieranno informazioni sulle nuove leggi che riguardano la salute animale e delle piante, così come sulle ispezioni e sui controlli. Discuteranno anche di linee guida che determineranno l’equivalenza tra prodotti europei e nordamericani, così come dell’impatto sulle importazioni causato dai limiti per le sostanze chimiche. All’ordine del giorno c’è poi il mancato rinnovo da parte dell’UE per i prodotti contenenti Picoxystrobin, un fungicida considerato altamente rischioso per animali terrestri e acquatici. Non basta: verranno prese in esame le differenze tra le misure europee sul glifosato e quelle nazionale. Dopo il rinnovo dell’autorizzazione per altri 5 anni da parte della Commissione Europea, infatti, alcuni Paesi hanno deciso, entro i loro confini, di varare norme più stringenti per l’uso di questo diserbante, accusato di essere probabilmente cancerogeno per l’uomo. Regole più dure, in definitiva, sono viste come un problema per il libero commercio, anche se tutelano consumatori ed ecosistemi. Toccherà al comitato tecnico capire come superare l’ostacolo del principio di precauzione. Stesso discorso per il commercio di animali vivi e carni, con la richiesta dei nordamericani di semplificare la certificazione dei loro prodotti.

“Il rischio che abbiamo preannunciato in questi anni di mobilitazione alla fine si realizza”, sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna italiana StopTTIP/StopCETA, piattaforma che coordina più di 200 organizzazioni nazionali e 50 comitati locali. Il CETA, nonostante si sia riusciti a fermarne finora la ratifica almeno in Italia grazie a una potente campagna di pressione insieme a organizzazioni come Coldiretti, CGIL , Arci, Arcs, Ari, Assobotteghe, Attac, CGIL, Fairwatch, Greenpeace, Legambiente, Movimento Consumatori, Navdanya International, Slowfood, Terra! e Transform, comincia ad attivare le sue commissioni tecniche inaccessibili a cittadini e eletti.

“In una di esse, convocata a Ottawa il 26 marzo, si comincia a discutere della modifica di standard e regolamentazioni che difendono i nostri diritti a spese del commercio”, prosegue Di Sisto. “Come si può  leggere chiaramente dal documento ottenuto dalla Campagna StopTTIP/StopCETA, si delega a un gruppo di presunti portatori di interessi ed esperti, scelti non si sa come, il confronto su come armonizzare, abbassare, cancellare standard e regole inerenti la qualità dei prodotti alimentari o l’utilizzo di sostanze chimiche come i fungicidi. Un’ulteriore deriva che allontana le scelte più delicate e impattanti dagli occhi scomodi dei cittadini, nonostante siano proprio questi ultimi a subirne le eventuali conseguenze”.

Per questo, la Campagna Stop TTIP/Stop CETA lancia due richieste urgenti:

  • la prima ai parlamentari europei più impegnati, perché convochino la Commissione UE in audizione chiedendo spiegazioni sui contenuti di questo incontro e la piena trasparenza degli argomenti trattati;
  • la seconda ai neoeletti parlamentari italiani, che prenderanno posto nelle Camere rinnovate il 23 di marzo. Molti di loro hanno firmato il decalogo “#NoCETA – #Nontratto”, per la costituzione di un gruppo interparlamentare Stop CETA. Ora esercitino il diritto al controllo in nome e per conto degli italiani, chiedendo conto al Governo ancora in carica e al Ministero dell’Agricoltura di quali indicazioni, richieste ed eventuali veti si è fatto interprete davanti alla Commissione Europea.

Che il loro intervento sia improrogabile lo dimostra il capitolo sui pesticidi dell’ultimo rapporto “Il CETA minaccia gli stati membri dell’UE“, pubblicato pochi giorni fa dal centro di studi legali ambientali europeo CIEL (Center for International Environmental Law). Secondo lo studio*, infatti, l’applicazione dell’accordo porterà a una progressiva fluidificazione degli scambi commerciali in agricoltura, attraverso l’armonizzazione o la cancellazione di regole, molte delle quali a protezione dei consumatori e dell’ambiente. Uno scenario che, senza un controllo diretto da parte degli organismi eletti, rischia di diventare realtà.

Contro questa marginalizzazione dal processo decisionale e contro i rischi del CETA si sono schierate gran parte delle forze politiche che entreranno in Parlamento il 23 marzo. La richiesta di una loro immediata attivazione viene anche da tanti territori. Come in Friuli, dove il giorno dell’insediamento, alle 15,30, in via Savorgnana è prevista una mobilitazione del Comitato StopTTIP/StopCETA, organizzata insieme a Coldiretti

 

Si può ritenere concluso il dibattito sugli Ogm? Così sembrerebbe dopo lo studio di alcuni ricercatori della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’Università di Pisa, che hanno concluso che «la coltivazione di mais transgenico non comporta rischi per la salute umana, animale e ambientale». Lo studio è consistito in una meta-analisi (analisi di altre analisi) di dati pubblicati su «riviste di alto valore scientifico» che riguardano il mais transgenico. Si dice ancora che lo studio ha analizzato 11.699 dati riferiti a un arco di tempo di 21 anni. Lo studio è stato presentato dai mass-media con toni entusiastici, come la «lieta novella» attesa dal mondo. Dunque: «E adesso cosa avete da dire voi che combattete gli Ogm?».

E ALLORA ENTRIAMO nel merito. Dai dati forniti emerge che gli studi presi in considerazione provengono per il 75% dagli Stati Uniti e solo il 6% da Brasile e Argentina. Esiste una sproporzione enorme tra le superfici coltivate e le quantità prodotte di mais transgenico nei due paesi del Sud America, rispetto alle ricerche e agli studi disponibili. La stessa cosa vale per il Canada e i paesi europei, dove sono presenti pochi studi. Sono gli Stati Uniti a sfornarne una grande quantità. Ma molti di questi studi, nel paese della Monsanto, hanno un solo scopo: dimostrare che gli Ogm hanno rese più elevate e che non rappresentano pericoli per i consumatori. L’affare «Monsanto Papers» ha dimostrato come molte ricerche su Ogm e glifosato siano state condizionate dalla multinazionale. E’ emerso che l’Agenzia Americana per la Protezione dell’Ambiente (EPA) ha coperto per anni la Monsanto sugli effetti del glifosato. La pressione che la multinazionale ha esercitato sulla comunità scientifica, lo stanziamento massiccio di fondi per finanziare ricerche favorevoli alla sua attività, pongono seri dubbi sulla credibilità di questi studi. Persino l’Autorità per la Sicurezza Alimentare Europea (EFSA) è rimasta coinvolta, con l’imputazione di aver copiato dai documenti della Monsanto la relazione per la Commissione Europea in cui si sosteneva che il glifosato non è pericoloso.

UN’ALTRA QUESTIONE DA AFFRONTARE è la biodiversità. Quattro multinazionali controllano il mercato delle sementi e il 70% dei semi commercializzati passa dalle loro mani. Sono semi che hanno una elevata uniformità genetica. Nel mondo si coltivano centinaia di varietà di mais, ma le multinazionali cercano di imporre le poche varietà che producono su larga scala. L’uniformità delle coltivazioni è uno svantaggio biologico e espone le piante alle malattie in misura maggiore, perché si riducono i meccanismi di difesa contro i parassiti. In una epoca in cui i cambiamenti climatici incidono sulle produzioni, è necessario avere un numero elevato di varietà per ciascuna specie, allo scopo di individuare le varietà da coltivare nelle diverse condizioni di clima e suolo. Le varietà di mais transgenico non solo non hanno le caratteristiche necessarie per far fronte ai cambiamenti climatici, ma producono alterazioni della biodiversità. Come si fa a dire che non vi sono rischi per l’ambiente? Le conoscenze che abbiamo nel campo della genetica e lo studio degli ecosistemi devono servire a farci comprendere il comportamento di piante, animali e microrganismi di fronte ai cambiamenti climatici, per difendere la biodiversità. Lo studio dei ricercatori pisani non si pone il problema.

UN’ALTRA QUESTIONE RIGUARDA la produttività. Dallo studio emerge che la resa per ettaro del mais transgenico è superiore di almeno il 5% rispetto alle varietà tradizionali e che, in alcuni casi, sono superiori del 25%. Le colture Ogm si sono sempre poste come obiettivo principale la resa per ettaro, senza alcun riguardo per le conseguenze che questo modello produttivo determina. Negli Usa e in Brasile ci sono imprenditori agricoli, sostenuti dalla Monsanto, che individuano superfici limitate, con condizioni favorevoli per clima, terreno, disponibilità di acqua e su tali superfici scatenano tutto l’armamentario disponibile (semi con 4 variazioni genetiche, modernissime attrezzature e pesticidi a tutto spiano) per ottenere record di produzioni, da esibire a convegni e nelle «giornate dell’orgoglio Ogm». Ma se si analizzano le rese medie per ettaro, come rilevano alcuni studi condotti seriamente, si vede che questa differenza di produttività tra mais transgenici e mais tradizionali non esiste.

A INCIDERE SULLE PRODUTTIVITA’ SONO le tecniche di coltivazione, piuttosto che l’uso di Ogm: preparazione del terreno, tipo di semina, irrigazione, controllo dei parassiti, rotazione delle colture. In pianura Padana varietà di mais ibrido raggiungono rese che non hanno niente da invidiare ai mais transgenici del Mato Grosso (Brasile). Numerosi ricercatori (non quelli di Pisa) si sono posti il problema di quali alterazioni subisce il terreno coltivato a mais transgenico, quali sono le conseguenze per la comunità microbica, quali variazioni subiscono le sostanze organiche. Il mais gm modifica l’ecosistema del suolo, altera l’ambiente microbico, riduce la fertilità, costringendo gli agricoltori a usare più fertilizzanti sintetici.

Un’altra questione riguarda la lotta agli insetti e alle erbe infestanti. Nei mais gm sono stati inseriti diversi tipi di geni provenienti da microrganismi. Il mais Bt contiene un gene, proveniente da un batterio,in grado di produrre nei tessuti della pianta una tossina che distrugge gli insetti che la attaccano, come la Piralide. Lo studio dei ricercatori pisani afferma che «sugli insetti non dannosi non si sono visti effetti significativi, ad eccezione della Braconide». Ma i Braconidi sono imenotteri parassiti, predatori naturali di altri insetti dannosi, svolgono un ruolo ausiliario nella lotta biologica. Il punto è questo: il mais Bt va a interferire nell’equilibrio fra le diverse specie di insetti, danneggia insetti utili, determina forme di resistenza alle tossine prodotte dal gene, col potenziamento di alcune specie che poi difficili da controllare. La Germania, dal 2009, ha vietato l’uso del mais Bt a causa dei danni causati alle Coccinelle, che non sono parassiti del mais. Nei mais gm è anche presente un gene proveniente da un batterio che conferisce alla pianta una resistenza agli erbicidi che contengono glifosato. Il diserbante agisce su tutte le piante presenti sul terreno, ad eccezione del mais modificato.

RITENUTO CANCEROGENO DALLA MAGGIOR parte della comunità scientifica, il glifosato sta producendo disastri in tutto il mondo. Sono gli Ogm ad avere determinato questo uso massiccio dell’erbicida. In uno studio condotto in Brasile su mais e soia modificati, è emerso che gli agricoltori che hanno usato il glifosato sono costretti ad affrontare la resistenza delle erbe infestanti, impiegando dosi elevate di altri diserbanti. Altra questione aperta: la contaminazione che gli Ogm possono produrre su altre specie. Il mais gm è la pianta in cui è stato inserito il maggior numero di tratti geneticamente modificati, con la conseguenza di avere un Dna poco stabile, con una maggiore possibilità di rotture e ricombinazioni geniche. Si determina, così, una condizione favorevole al passaggio di sequenze di Dna in virus, batteri, funghi e attraverso di essi insediarsi in altri organismi. Un processo di contaminazione tra specie impossibile da controllare. Come si fa a dire non è un pericolo per l’uomo e l’ambiente?

E c’è dell’altro: il monopolio dei semi, con una agricoltura sottoposta al controllo di poche multinazionali molto potenti, gli effetti devastanti che il modello produttivo della monocoltura Ogm ha sulle comunità rurali dei paesi in via di sviluppo, con distruzione delle forme di agricoltura familiare e disgregazione sociale.

Università di Pisa e a Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna: un esempio di asservimento becero agli interessi economici di pochi.  Riporto un articolo comparso su  Home

Il 15 febbraio un comunicato stampa dell’Università di Pisa e della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna, diffuso su tutti i media nazionali, ha affermato che il mais OGM non comporta alcun rischio per la salute umana, animale e ambientale. In realtà nel testo del comunicato non si riporta alcun dato a supporto di questa affermazione, evidenziando piuttosto l’intento di propagandare le migliori prestazioni produttive del mais transgenico e di convincere i consumatori della sua superiorità rispetto alle varietà non modificate geneticamente.
Immediata la reazione di Federbio, la Federazione multi-professionale, tesa a migliorare e ad estendere la qualità e la quantità del prodotto alimentare ottenuto con tecniche di agricoltura biologica e bio-dinamica, attraverso regole deontologiche e professionali, in linea con le norme cogenti e con le direttive IFOAM.
‘Quello che è accaduto è un fatto di gravità inaudita, perché è stato speso il nome e il prestigio di due istituzioni scientifiche e formative di altissimo livello anche internazionale per un’operazione di propaganda di parte. Per questo ho ritenuto doveroso rivolgermi anzitutto ai Comitati etici delle due istituzioni, aldilà del fatto che si tratti di OGM’ ha dichiarato il presidente di FederBio, Paolo Carnemolla, dopo aver fatto trasmettere una lettera ai Comitati etici dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna in cui si legge tra l’altro: ‘L’aspetto principale che vogliamo porre alla vostra attenzione è l’affermazione che il mais transgenico non comporta ‘nessun’ rischio per la salute umana, animale e ambientale. Leggendo il comunicato appare evidente che lo studio in nessun caso dimostra l’assenza di rischio, in particolare per l’unico fattore citato che potrebbe indirettamente interessare la salute umana, ovvero la presenza di micotossine nel mais transgenico. Lo studio riporta, infatti, un abbattimento medio delle principali tossine non superiore al 30%, il che potrebbe forse far affermare che il rischio viene abbattuto di questa percentuale: di certo non solo non viene annullato, ma non si può nemmeno tacere il fatto che qualunque granella di mais o derivato destinata all’alimentazione umana o animale per essere idonea al consumo deve comunque presentare un livello di tossine inferiori a ben precisi limiti di legge. Dunque, non solo la coltivazione di mais OGM non riduce a zero il rischio della produzione di micotossine, ma anche la riduzione del rischio non influisce in alcun modo sulla salute umana e animale in quanto livelli pericolosi di tossina non sono comunque tollerati in tutto il territorio dell’Unione Europea. Il titolo del comunicato afferma dunque il falso, oltre a indurre in maniera ingiustificata e strumentale allarme sanitario, come se non vi fossero precise prescrizioni e controlli proprio sul livello di micotossine per il mais destinato all’alimentazione umana e animale, attribuendo indebitamente al mais transgenico qualità superiori’.
‘Lo studio – prosegue Carnemolla – si è concentrato sulla coltivazione del mais transgenico e non sugli aspetti sanitari connessi al consumo di tale prodotto e dei suoi derivati da parte degli esseri umani e degli animali. Stante la scarsità di lavori sull’argomento, lo studio non ha potuto nemmeno occuparsi degli impatti ambientali delle tecniche agricole associate alla coltivazione di mais transgenico (e va qui ricordata la diffusione commerciale non solo delle versioni Bt, ma anche di quelle RR, la cui adozione ha ridotto la rotazione colturale indirizzando a una gestione delle infestanti basata sull’incremento dell’uso di erbicidi, la presenza dei cui residui nelle acque superficiali e profonde costituisce un’emergenza ambientale, per non dire del fenomeno di selezione di decine di specie infestanti resistenti, della diminuzione di diversità e abbondanza di essenze selvatiche); dunque non solo è ancora più evidente l’avventatezza dell’affermazione sulla totale assenza di rischi per la salute umana e animale, ma appare infondata anche l’affermazione sulla totale assenza di rischi per l’ambiente. Sembra, infatti, che gli unici due parametri valutati a tale riguardo siano stati l’impatto su una popolazione di insetti e le emissioni di CO2 dal suolo’.
‘Anche per questo riteniamo oltremodo impropria e non eticamente corretta – sottolinea il presidente di FederBio – l’affermazione che il comunicato attribuisce ai ricercatori che: ‘questa analisi fornisca una sintesi efficace su un problema specifico molto discusso pubblicamente, sintesi che permette di trarre conclusioni univoche aiutando ad aumentare la fiducia del pubblico nei confronti del cibo prodotto con piante geneticamente modificate’. Proprio in questa frase sta, a parere di chi scrive, l’intento propagandistico e fuorviante del comunicato, basato su affermazioni prive di alcun fondamento persino nello studio di cui trattasi’.
‘Riteniamo – conclude Carnemolla – che il fatto accaduto sia di estrema gravità e possa recare danno al prestigio e all’indipendenza anche solo percepita delle due vostre istituzioni scientifiche’.

stop TTIP

Da: comitatostopttipmilano@googlegroups.com  Per conto di Marco Signori                                                  Inviato: domenica 31 dicembre 2017 11:21
Oggetto: [STOP-TTIP Milano] Tribunale esclusivo per le multinazionali

I camerieri delle Corporation cercano di far entrare dalla finestra quel che,per ora,non è passato dalla porta…
Marco Signori ci manda questo intervento dell’europarlamentare Tiziana Beghin, particolarmente impegnata come noto sul fronte antiTTIP, dal quale si può evincere il merito della discussione.
L’intervento, pubblicato il 29 dicembre, è stato effettuato in occasione del dibattito al Parlamento europeo sui “Negoziati in vista di una Convenzione che istituisce un tribunale multilaterale per la risoluzione delle controversie in materia di investimenti”.

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Un tribunale globale per le corporation! Signora Commissaria, con TTIP, TiSA e CETA penavo di averle viste tutte, ma qui vi siete proprio superati! Ecco di cosa abbiamo tutti bisogno! Di un tribunale globale dove i grandi investitori potranno fare causa a qualunque governo mondiale, per far valere in tutto il mondo e anche in Europa, i diritti dei grandi affaristi e per far capire a noi cittadini, chi comanda davvero.
La vostra proposta non solo legittima i soprusi legati all’ISDS, ma li moltiplica per mille perché crea un tribunale permanente senza che vi sia una legge chiara da applicare. 70 anni di commercio internazionale non ci hanno ancora dato un’interpretazione univoca dei diritti degli investitori: ma di una cosa sono sicura, sono i Parlamenti che devono definire questi diritti, non certo dei super-tribunali!
Meglio un unico tribunale globale rispetto a tanti piccoli tribunali bilaterali, direte voi. Ma anche questo è falso, perché le sentenze di una corte bilaterale valgono solo per quel caso specifico, mentre una corte permanente diventerebbe un organismo capace di definire gli standard e di creare precedenti a livello globale. E questo non lo dico io, ma l’associazione tedesca dei giudici. E cosa dire dell’enorme discriminazione per cui solo gli investitori stranieri avranno diritto a questa giustizia speciale e più veloce, mentre le imprese nazionali dovranno accontentarsi della corsia lenta?

Altro che tribunale per gli investitori! Quello che servirebbe, signora Commissaria, è un tribunale internazionale per i crimini commessi dalle multinazionali contro i cittadini del mondo: gli omicidi, l’accaparramento di terra, le contaminazioni e l’inquinamento.

Ma certo questo non potete proporlo, perché sarebbe giustizia vera e non è quello che vi interessa.

STOP CETA

E’ un esempio dell’economia contro la quale combattiamo tutti i giorni!

Da CONTROLACRISI del 28 dicembre 2016

Novecento lavoratori di cooperative, di cui 440 stranieri e 386 senza contratto di lavoro. 8 milioni di euro di frode fiscale, attraverso false fatturazioni a società fittizie per evadere l’IVA. Questo è il risultato di una vasta operazione condotta da oltre 200 agenti di diversi servizi. Non è accaduto in Italia ma in Polonia, presso il macello Pini di Kutno, il 5 dicembre scorso, come si apprende da notizie di stampa italiana ed estera.

L’azienda italiana Pini, che ha dichiarato di voler collaborare con gli inquirenti, oltre ad essere proprietario del macello Ghinzelli di Mantova, è anche un importante importatore di cosce suine presso molti distretti alimentari emiliano romagnoli, in particolare quello modenese.

Sono decine di migliaia di cosce suine polacche, macellate nello stabilimento di Kutno, che ogni giorno varcano le frontiere italiane per arrivare in alcuni impianti di sezionamento, di rifilatura e salumifici. Cosce suine con prezzi estremamente concorrenziali che da una parte mettono fuori mercato le imprese che lavorano carne italiana, ma anche quelle che comprano materia prima da fornitori che rispettano contratti di lavoro e leggi di ogni Stato europeo, e dall’altra producono precarietà totale e capolarato ai danni dei migranti.

Sono carni che diventano italiane perché lavorate e trasformate in Italia, utilizzate da alcune fra le più grandi imprese della salumeria italiana, con sfavillanti codici etici e urlate dichiarazioni di “responsabilità sociale”. “Carne macellata, lavorata e importata nelle condizioni scoperte in Polonia – sottolinela Umberto Franciosi, segretario generale Flai Cgil Emilia Romagna – che fa aumentare i fatturati di qualche impresa e che crea, indirettamente, la devastazione di un grande pezzo della filiera agroalimentare del nostro Paese (dagli allevamenti agli impianti di sezionamento, passando dai macelli). Le imprese della lavorazione delle carni italiane e le loro associazioni, invece di dire basta, a questa concorrenza sleale, isolando questi importatori, cosa fanno? Avvallano sistemi di organizzazione del lavoro simili a quelli scoperti in Polonia: appalti a false cooperative, irregolarità diffuse nelle applicazioni contrattuali, sfruttamento dei lavoratori fino a forme di “nuovo caporalato” e evasioni d’IVA, come scoperto dalla Guardia di Finanza di Modena nel 2014 e 2015.

Se anche gli imprenditori, quelli che subiscono pesantemente questa concorrenza sleale e le loro associazioni – aggiunge Franciosi – non dicono basta, continuiamo a ribadirlo: è a rischio tutta la filiera della lavorazione delle carni italiana. E’ a rischio perché quella carne, lavorata da lavoratori che hanno un costo del lavoro pari ad 1/4 di quello italiano, con quelle irregolarità e illegalità riscontrate dalle forze di polizia polacche, non possono essere prese come pretesto per giustificare i modelli organizzativi presenti nei macelli italiani”.

DI SOLIDALE COSTITUZIONE

Dibattito aperto sul referendum costituzionale a partire dall’esperienza dei GAS gruppi di acquisto solidali

Martedì 22 novembre, alle 21  presso la Biblioteca Chiesa Rossa, via San Domenico Savio, 3
La pratica del gruppo solidale ci permette di acquistare a prezzi sostenibili prodotti biologici, coltivati nel rispetto della terra e di chi lavora. Allo stesso tempo è un modo per realizzare un’economia più equa e che promuova un’agricoltura sostenibile e la sovranità alimentare attraverso un rapporto solidale tra produttore e consumatore. E’ la costruzione dal basso di un modello economico alternativo a quello dominato dal profitto e dalla grande distribuzione.

Sappiamo quale sia il peso dei grandi gruppi commerciali nell’influenzare leggi e accordi internazionali che hanno un forte impatto sui mercati, sui prodotti alimentari, sul lavoro, sulla salute… Qual è il peso dei cittadini?                                                                                                                      

Il rapporto tra i cittadini e le istituzioni è regolato dalla nostra Costituzione.  Le proposte di modifica della Costituzione aumentano o riducono il ruolo dei cittadini?

Sono le domande che vogliamo porci e invitiamo tutti i cittadini a discuterne in un dibattito aperto.

Introducono:

Duccio Facchini, giornalista economico, e autore del libro “Le ragioni del NO” (Ed. Altreconomia)

Giorgio Luppi, storico e insegnante, che esporrà le ragioni del SI

L’iniziativa è promossa da Gas LoLa, Gas Milanosud, Gap Prealpi, Gas Radici,Gas Sagas, Circolo Gratosoul/SoulGas, Gas4, ed è aperta a tutti i cittadini.

Per favorire la conoscenza reciproca e la pratica dei GAS al termine potremo fermarci a sorseggiare un bicchiere di vino e gustare una fetta di torta solidale

Ingresso libero